Carlus Padrissa / La Fura dels Baus

13 giugno 2013 · Isabella Sacchetti

Partono dalla strada e raggiungono la fama internazionale con il loro teatro furero. Intervista a Carlus Padrissa della compagnia catalana La Fura Dels Baus

parole: 2.053 | tempo di lettura: 8 minuti

Cominciano con il teatro di strada a 18 anni e in poco tempo raggiungono la fama internazionale. Si chiamano La Fura Dels Baus e sono conosciuti in tutto il mondo per il loro Lenguaje Furero, un tipo di teatro multidisciplinare e adrenalinico, “dove il tempo scenico coincide con il battito cardiaco” del pubblico, che diventa parte integrante e imprescindibile dello spettacolo.

Con la partecipazione alla cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici di Barcellona ‘92 ha inizio una nuova fase artistica, che spazia dai macrospettacoli all’aria aperta, all’opera lirica. Riportano in scena grandi classici come Turandot, Edipo, Faust e molti altri, rileggendoli in chiave futuristica. Ora sono pronti per l’ultima sfida all'Arena di Verona. Ospiti della Fondazione, infatti, apriranno proprio domani 14 giugno la stagione operistica con la nuova “Aida del milenio”, in occasione del centenario del teatro e del bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi.

Abbiamo incontrato il regista Carlus Padrissa, per chiedergli di raccontarci la loro storia.

Da dove viene il vostro nome?

Fura significa furetto e Baus è il toponimo di un posto di Moià, un paesino della provincia di Barcellona, da dove vengono i fondatori originali del gruppo. A qualcuno piacevano i furetti, altri avrebbero voluto che ci chiamassimo semplicemente Baus, il nome di questo torrente dove andavamo a giocare. Era un posto di avventura, con una discesa di cenere, a causa della spazzatura che la gente bruciava e gettava lungo il fiume.

Alla fine decidemmo di chiamarci "La Fura dels Baus": creammo il nome tutti insieme, secondo lo spirito del gruppo. Molte persone credono che Fura significhi furia, ma l’ira non c’entra nulla. Anche se devo ammettere che, effettivamente, questa interpretazione coincide con il tenore dei nostri spettacoli.

Qual è la vostra storia?

Abbiamo cominciato in un paesino a pochi chilometri da Barcellona. Eravamo in cinque e avevamo tutti 18 anni e nessuna formazione accademica. Un giorno siamo approdati a Barcellona con un carro e una mula e, una volta lì, abbiamo cominciato a conoscere quelli che sarebbero diventati i futuri membri del gruppo, tra cui Àlex Ollè. Cinque anni di esperienza in strada ci hanno permesso di migliorare e diventare sempre più professionali. La strada è un posto dove si possono imparare parecchie cose. Non eravamo bravi in nessuna disciplina in particolare, ma fummo capaci di incastrare tutte le arti sceniche. Piano piano il gruppo si è allargato e il successo è arrivato quando raggiungemmo i 25 elementi.

Qual è la cosa più importante che avete imparato dalla strada?

La strada ci ha insegnato quattro regole fondamentali:

imparare a utilizzare il corpo, che è il tuo grande tesoro, soprattutto finché è giovane; essere multidisciplinari: le arti sceniche fondono sempre diverse discipline; alterare fisicamente lo spazio scenico e farlo diventare la tua scenografia: se c’è una parete puoi romperla, puoi appenderti ai rami di un albero, o buttarti giù da un grattacielo. L’idea è di occupare questo spazio, di alterarlo fisicamente con il tuo corpo; infine, circondare lo spettatore e farlo diventare parte dello spettacolo.

Come è arrivato il successo nazionale e poi quello internazionale?

Erano gli anni ‘80. Francisco Franco era morto da poco e la gente era alla ricerca della libertà, occupava le strade perché durante la dittatura non si poteva. I comuni ripresero a organizzare feste popolari e c’era una forte richiesta di gente di teatro e spettacoli di strada. A Barcellona c’erano una quindicina di gruppi teatrali, ma noi ci distinguevamo perché eravamo meno accademici. Riuscivamo a guadagnare bene e questo ci permise di investire il nostro denaro per migliorarci, dedicare più tempo all’invenzione di qualcosa di diverso e, all’improvviso, passammo dalla strada al teatro al chiuso con Accions, lo spettacolo che ha segnato la nostra svolta.

L’idea di base era riuscire a fare le stesse cose che facevamo prima, non più in strada, ma in un posto proibito, come un carcere o una fabbrica abbandonata. Un luogo che non era più pubblico, ma misterioso e sconosciuto. Quindi cominciammo a mettere in pratica tutto quello che avevamo imparato, dandogli un taglio più spaventoso.

In un anno, il 1984, abbiamo cominciato a girare tutta l’Europa e siamo riusciti a fare in modo che la gente si ricordasse di noi.

Immagino che questo abbia a che fare con uno dei vostri tratti principali, il cosiddetto Lenguaje Furero. In linee generali, l'idea è che il pubblico si senta parte integrante dello spettacolo, ma in cosa consiste esattamente questo linguaggio?

La gente di solito è abituata al teatro tradizionale, che racconta semplicemente una storia, mentre qui puoi viverla in prima persona. Il teatro convenzionale può essere multidisciplinare, ma è sempre “corretto”: il pubblico è seduto e non si muove. In questo caso circondi il pubblico, voli sulle teste delle persone e la gente ha paura che possa succedere qualcosa di brutto. Il corpo sprigiona adrenalina, la nostra droga naturale, e il tempo scenico coincide con il battito cardiaco. Si crea una catarsi e la gente resta scioccata. E’ questo il linguaggio Furero.

Dunque, come reagisce il pubblico?

Di solito ci sono quattro tipi di reazioni:

c'è chi non riesce a sopportarlo e va via. A volte dipende da come viene pubblicizzata la manifestazione: le persone pensano di andare a vedere un certo tipo di spettacolo e si ritrovano ad assistere a qualcosa di totalmente diverso da quello che si aspettavano;

poi ci sono quelli che capiscono il tuo gioco, sanno che non gli succederà mai nulla e diventano tuoi complici, si comportano come attori anche loro. Sono molto fisici e interattivi, di solito sono i più giovani;

poi c’è chi si appoggia al muro, un tipo di pubblico molto pratico perché può godersi lo spettacolo tranquillamente, senza troppa ansia;

infine ci sono le persone che si bloccano perché sono molto spaventate, non ti lasciano passare e questo può diventare molto pericoloso. Il 50% del nostro pubblico è così.

Però nel corso degli anni vi siete aperti a altre tipologie di teatro, come i macrospettacoli, o l’opera lirica.

Sì. Il teatro furero ci ha reso famosi ma, a partire dagli anni ‘90, abbiamo cominciato a diversificarci. Nel ‘92 abbiamo partecipato alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Barcellona. Lo hanno visto milioni di persone in tutto il mondo. Siamo molto orgogliosi di questo evento che ci ha dato la possibilità di partecipare a tantissime manifestazioni e di aprirci a altre tipologie di spettacolo.

Continuate a fare spettacoli fureri?

Siamo in tutto sei registi. Due si occupano di teatro furero e tutti gli altri si dedicano a altro per non creare competizione. Non si può fare più di uno spettacolo furero ogni due anni. E’ un tipo di teatro piuttosto difficile, perché non ci sono molti spazi che lo accettano e il pubblico non è sufficiente. Il teatro furero ha bisogno di uno spazio speciale, polivalente, di festival estivi. Per questo motivo ci siamo un po’ divisi. Facciamo macrospettacoli negli stradoni, cinema, installazioni, pubblicità, ma soprattutto facciamo opera.

A proposito di opera, come è nata l’idea di reinterpretarla in chiave futurista? Come si conciliano classico e avanguardia?

Ci piace giocare con le epoche. I nostri spettacoli parlano quasi sempre di solitudine, della confusione dell’uomo contemporaneo, del nichilismo. Ci piace combinare ritualità e modernità. L’attore è atavico, assorbe l’energia del pubblico, diventa un guerriero, una specie di semidio, un essere dionisiaco, e lo fa sempre in un momento atemporale, che per noi è futurista. Ma, poiché non veniamo dal mondo dell’opera, cerchiamo di dargli anche una connotazione estetica, di sorprendere, perché fa parte del nostro lavoro. Ci sono cose che non possiamo eliminare, perché è la musica a comandare e la gente vuole vedere l’opera, ma possiamo e riusciamo comunque ad aggiungere elementi fureri.

Parliamo della "Aida del milenio". Come si concilia la vostra idea di fare spettacolo con la struttura dell’Arena?

Facciamo spettacoli su commissione. Aida per noi è un omaggio all’Arena di Verona, che esiste da cento anni e dà lavoro a molte persone. E’ una sfida per noi poter fare uno spettacolo lì, perché ci sono delle leggi da rispettare, che sono diverse dalle nostre. Stimiamo molto questo teatro e dobbiamo fare in modo che funzioni. E’ uno spazio per quindicimila persone. C’è bisogno di una scenografia grande, che si veda bene. E’ un tipo di pubblico popolare, che vuole vedere cose, colori, trasformazioni. Dobbiamo entrare in questo tipo di linguaggio, pensato anche per i bambini: ci sono animali meccanici, vestiti colorati e brillanti. Ma ciò che non vogliamo abbandonare è l’idea di sfida, di poter fare qualcosa di difficile. Per esempio non sapevamo che un altro ostacolo da superare sarebbe stata la pioggia. Ci hanno dato quindici giorni, ma abbiamo potuto provare la metà del tempo. Bisogna essere preparati, se piove esiste sempre un piano B: possiamo comunque riuscire a fare ciò che vogliamo.

Qual è il messaggio principale della vostra Aida del milenio?

La Aida è prima di tutto la storia di un generale e una schiava, disposti a rinunciare alla propria vita per amore. Ma è anche una storia di guerra, che può essere reale o virtuale e economica. La crisi è la guerra perfetta dei ricchi contro i poveri. Una crisi che ha a che fare con il colonialismo, con gli schiavi. Le grandi potenze hanno sempre cercato il conflitto. Europa e America si sono inventate un conflitto in Iraq, per il petrolio, per arricchirsi, per vendere armi. La Aida è l’opera dei rifugiati politici, degli emigranti che vengono qui a lavorare per pochissimi soldi. Il Nilo è come Lampedusa, un punto di passaggio per gli immigrati.

Ma questo messaggio passa?

Più o meno sì. Nella scena del prologo, che abbiamo aggiunto noi, un gruppo di archeologi ritrova delle pietre, le assembla e infine entrano in scena delle persone con grandi casse su cui si legge la scritta “British Museum”. Se il pubblico presta attenzione, gli verrà sicuramente in mente che la maggior parte delle opere d’arte del terzo mondo sono state trafugate dall’Occidente. Inoltre, i colori dei vestiti degli schiavi ricordano la bandiera dell’Etiopia e riportano delle stampe raffiguranti Bob Marley, un chiaro riferimento al movimento del Rastafarianesimo. La polizia egiziana, dopo avergli rubato il paese, li separa e li priva di tutto ciò che hanno.

Il messaggio passa sempre in un modo o nell’altro. E’ un messaggio nascosto, ma qualcuno riesce a scovarlo e a decifrarlo.

Infine, è evidente che in quasi tutti i vostri ultimi spettacoli il tema della crisi ritorna sempre. Ma c’è un modo per uscirne fuori?

Le persone devono trovare il modo. La professione non è poi così importante, perché la gente può cambiarla a seconda dell’epoca. Ora esistono tantissimi corsi universitari, i giovani studiano molta teoria, ma devono imparare anche ad arrangiarsi, a sapersela cavare, a "Buscarse la vida", come diciamo noi spagnoli. E’ bello anche questo, perché ti porta ad assumere un atteggiamento adrenalinico, divertente. Ecco, credo che bisognerebbe insegnare ai ragazzi a essere forti davanti alla crisi e a diventare imprenditori di se stessi. Al giorno d’oggi ci sono cattivi impresari. Dovrebbe essere la scuola a educare le persone all’imprenditoria. In Spagna il maestro è considerata una professione di seconda categoria. La maggior parte dei corsi universitari dura cinque anni e quello di formazione primaria soltanto tre, moltissimi vi si iscrivono perché è tra le facoltà più facili e accessibili. E quindi la scuola si riempie di insegnanti inadeguati e ignoranti. I bambini non imparano perché questi maestri gli fanno mangiare fast food, cibo veloce, educazione veloce.

Un consiglio per i giovani che vorrebbero lavorare con ciò che gli piace fare?

Beh, che lo facciano e basta. Devono progettare, ma non devono soltanto pensarle le idee, devono realizzarle. Soprattutto quando sono tante non bisogna perdere tempo, perché si fa presto a rubarle. Però tutto va calcolato alla perfezione, bisogna essere flessibili, lavorare in gruppo, rischiare, accettare la sfida, ma sempre con intelligenza per non fallire. Perché nessuno regala niente. Certo, conta anche la fortuna, ma una cosa si può fare se la si vuole fare. Impegno e costanza sono fondamentali.

(Los que lo deseen podrán disfrutar de la entrevista en su lengua propia)

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