Vincenzo Di Maria

30 dicembre 2013 · Boris Puggia

Cosa faccio nella vita? Sono un catalizzatore di persone, talenti e risorse. Intervista a Vincenzo Di Maria.

Vincenzo Di Maria è un designer siciliano con esperienza internazionale, diplomatosi alla Central Saint Martins College of Arts & Design di Londra. Il suo lavoro, che svolge in giro per l'Europa, consiste nella progettazione di servizi innovativi, prodotti ed esperienze sensibili al sociale. La formazione professionale e la consulenza creativa complementano la sua attività di progettazione e sviluppo territoriale.

Vincenzo, alla domanda cosa fai nella vita cosa preferisci rispondere solitamente?

Dipende dall'immaginazione dei miei interlocutori. Posso variare da "agente di cambiamento sociale" a "designer di servizi". Ma per dirla in inglese sono prima di tutto un "network catalyst", un aggregatore di persone, talenti e risorse. Mi occupo di design, intreccio modelli imprenditoriali e tecniche creative per dar vita a nuove forme di innovazione economicamente, socialmente ed ecologicamente sostenibili. Tutto questo grazie alla vasta rete di contatti professionali curati nel tempo, che si traduce in accesso a conoscenze e talenti.

Dalla Sicilia sei migrato verso nord, precisamente Londra, dove hai vissuto parecchi anni; poi ti sei trasferito in Portogallo, forse la vita era troppo stressante o il clima decisamente avverso per un ragusano. Ora dove hai scelto di vivere?

Sono sempre in cerca di creatività, spontaneità e qualità, non solo di opportunità. Inseguo la vita e mi porto dietro la carriera, non il contrario. Londra è un posto fantastico, pieno di stimoli ma anche molto intenso. Lisbona è romantica, fonte costante d'ispirazione ma non è casa mia. Sono tornato in Sicilia dopo 12 anni di vagabondaggio, ho scelto Siracusa e la splendida Ortigia come luogo da dove ripartire, sono un designer dei servizi nell'isola dei disservizi, il lavoro e le sfide non mancano di certo.

Credi sia una scelta definitiva?

Tra le tante lezioni di vita accumulate c'è sicuramente quella di essere sempre pronto ai cambiamenti. Adesso sto bene qui, sono in Sicilia per fare qualcosa d'importante, tra qualche anno magari mi prenderò tempo per riflettere e scriverci su un dottorato.

Quali sono le caratteristiche che una città ed un Paese devono possedere, per poter vivere al meglio e soddisfare le tue esigenze?

Di sicuro una certa densità di risorse umane e creative, la possibilità di andare in bicicletta e una buona dose di sfide professionali, mentre vivere a due passi dal mare è la ciliegina sulla torta. Mi piace scoprire la periferia del mondo e visitare di tanto in tanto i centri culturali dove tutto avviene e le menti si fondono, fare il pieno di idee e tornare carico di energie nuove. Vivo a Siracusa ma visito spesso Milano, Londra, Madrid, per non parlare di internet e le tante videoconferenze mensili, il mondo è lì a due passi di questi giorni.

Sei un designer da sempre attento alle tematiche sociali; hai spesso a che fare con termini quali "social innovation", "social change" o "social design". Come pensi questo connubio, che alcuni giudicano poco producente, possa funzionare al meglio?

Voglio progettare per il mondo reale, mi interessano poco le esigenze del mercato e dell'industria, le lampade costose e le sedie in fibra di carbonio. Sono arrivati 30.000 disperati sulle coste siciliane solo nel 2013, voglio portare il design di servizi nei centri di prima accoglienza, ridurre l'impatto ambientale della serricoltura in Sicilia e creare un'offerta migliore per il turismo mediterraneo. Parlo di sviluppo sostenibile, innovazione sociale e co-progettazione con il pubblico e il terzo settore. Può sembrare poco producente ma se facciamo bene i conti sono spese ingenti per la nostra società, problemi complessi che in pochi sanno affrontare. Il design offre alcuni strumenti, metodi e processi per rispondere alle esigenze della società e del pianeta, trovando nuove strategie commerciali, di creazione e scambio di valore. Parlo di "socially responsive design" e della nostra inarrestabile intraprendenza nel progettare in risposta a ciò che è più urgente, collaborare con altre discipline per migliorare la vita di molti, facendo l'interesse di tutti. Il valore va condiviso, non accumulato e messo da parte.

Ci puoi raccontare dell'esperienza di Impact Hub?

Impact Hub è una piattaforma di collaborazione, una rete internazionale di 7.000 "change-maker" che fanno impresa sociale. Sul territorio siamo presenti con circa 40 spazi di coworking (e una ventina in corso) dove la gente lavora alla propria idea, si incontra, scambia suggestioni, collabora e amplifica il proprio messaggio. In Italia ce ne sono già 10 e Impact Hub Siracusa, con sede distaccata anche nella frizzante Catania, è uno di quelli. Siamo un centro d'innovazione sociale, fatto di persone, idee e progetti. Lo spazio fisico aiuta a comunicare e a dare forza alle nostre iniziative, ma il valore reale sta nella forza del network. Ci si mette davvero poco ad associarsi, diventare membri e a frequentare le nostre attività, per poter entrare negli schemi mentali di chi è convinto che il modo migliore di predire il futuro sia progettarlo.

Quale sarà l'evoluzione del lavoro, inteso sia come mezzo per la realizzazione personale, ma anche - vista la crisi - a livello strettamente materiale, per la sopravvivenza di ciascuno, in un futuro prossimo?

Il lavoro sta cambiando, si sta smaterializzando ed è sempre più legato all'economia dell'informazione, della conoscenza, delle esperienze e dei servizi. Chi si sogna di continuare a lavorare in catena di montaggio, al casello autostradale o in un call center? Capisco che ogni lavoro abbia la propria dignità ma è anche importante capire le aspettative di vita e la natura dei talenti dei lavoratori moderni (non solo i giovani). Credo che ci sia una fondamentale differenza tra lavoro e impiego, che il lavoro oggi possa essere creato e non solo cercato, ma sono consapevole che non ci hanno educato o allenato a pensare in questo modo. Il lavoro oggi è flessibile, remoto, sfaccettato e richiede un impegno mentale oltre all'attività fisica. Credo che dobbiamo riappropriarci del vero senso del lavoro e pensare a forme alternative di retribuzione dato che il problema della disoccupazione non è la mancanza di risorse umane o di opportunità di lavoro ma semplicemente la scarsità di valuta monetaria (soldi) e la sua cattiva gestione.

Ai tanti giovani che guardando davanti a loro vedono unicamente incertezza e instabilità cosa ti senti di dire?

Fate rete, incontratevi e create forme alternative di lavoro e opportunità di collaborazione. Allenate i vostri cervelli e adattatevi al cambiamento costante, non vi fate spappolare l'immaginazione dalla televisone o dall'uso narcotizzante dei social media. Fate volontariato, organizzate concerti, imparate lingue nuove, viaggiate se potete, avanzate le vostre proposte con coraggio, sperimentate. Non occupate tutto il vostro tempo con un lavoro poco stimolante che vi renderà infelici solo per rincorrere uno stipendio a fine mese, la vostra vita e l'integrità mentale valgono molto di più.

Progetti e idee che ti frullano per la testa?

Le idee sono una valanga e i progetti si moltiplicano come le informazioni sul web. L'ambizione è quella di ridurre le trasferte all'estero per sviluppare qualche progetto in più qui in Italia. Sto lavorando alla rinascita di una rete professionale di creativi che vogliano utilizzare i loro talenti e le loro conoscenze per produrre impatto sociale positivo: Commonground nasce a Londra nel 2008 ed è il luogo dove il design incontra il cambiamento sociale. Commongroundpeople vuole invece diventare una piattaforma che mappi, raccolga e connetta tutti i creativi con il pallino del sociale, ne racconti i progetti e ne divulghi il pensiero.

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