Simone Rainer
3 aprile 2013 · Irene D'Agati
Fare il fashion designer non significa fare un disegno, ma capire se quel disegno si può fare o no. Intervista a Simone Rainer
Simone, qual è il tuo lavoro?
Sono un designer.
I numeri ricorrono molto spesso nel tuo lavoro, si può dire all’infinito (per rimanere in tema matematico), infatti le tue collezioni portano nomi di numeri. Ricorre poi spesso la sezione aurea, insieme all’oro, alla forma pentagonale… ci spieghi perché?
Il progetto nasce quasi per caso con la creazione della borsa #1, la cui forma si ispira all’isola di Stromboli, un triangolo che rappresenta il vulcano per cui anche la pelle acidata nera ricorda la lava. La prima fodera era rossa e la chiusura doveva rappresentare il camino del vulcano. Dato il successo della prima borsa ho deciso di trovarvi una collocazione. Quindi ho iniziato a ragionare sui materiali soprattutto perché per forma mentis mi concentro molto sui materiali. Partendo perciò da forma e materiali è nata la storia legata all’oro. Tutto è legato alla necessità di trovare un codice alla collezione, essendo patito di matematica e geometria ho usato la sezione aurea come regola di base. Con questo progetto ho messo assieme un passato che non ho portato avanti (gli studi universitari in Matematica, ndr) trovando una regola di base e da lì ho iniziato una sorta di viaggio. Nell’ultima collezione estiva ho avuto necessità di tornare alla concretezza del corpo, diversamente da quella invernale in cui il corpo faceva gravità e peso, mi sono voluto liberare da questo e puntare verso le stelle. Sto cercando di costruire una collezione che possa essere un racconto continuativo, ma unico. La bellezza di questo progetto è proprio questa, e riguardandomi alle spalle chi compra i miei prodotti o si appassiona a questo progetto, si appassiona a una storia che gli va di continuare a sentire. Costanti restano i numeri, le proporzioni, tanti materiali e le forme. Quasi un discorso fuori dalle logiche della moda, più vicino alle logiche del design.
Sei giovane. Quali sono state le difficoltà incontrate per inserirti in questo settore?
Più che pensare alle difficoltà, sebbene ce ne siano state, sottolineo anche le fortune che ho avuto perché con il mio progetto sono partito da zero, ho messo assieme un campionario, ho fatto una presentazione senza avere ufficio stampa né distribuzione e semplicemente il progetto è piaciuto. Con il tempo ho raccolto i vari pezzi che servono per il progetto. Ecco perché parlo di fortuna e non di difficoltà.
Quali sono i designer cui ti ispiri?
Amo molto Nicolas Ghesquière, anche Rick Owens ma forse più in passato, ho stima per Marc Jacobs dato che ci ho lavorato insieme. Ma è dura avere un preferito perché oggi è tutto molto piatto.
Cerchi l’ispirazione o lasci che nasca spontaneamente?
Niente nasce spontaneamente, o meglio sicuramente si assorbono gli input e prima o poi le idee vanno concretizzate. Cerco di incamerare il più possibile. Amo cercare input da tutto quello che è il mondo della natura: le strutture che seguono logiche geometriche piuttosto che matematiche. In natura tutto è traducibile in numeri o geometrie. Io aggiungo quelle che possono essere le necessità di prodotti nuovi sul mercato, provo a farmi influenzare dall’arte contemporanea con cui ho un rapporto molto stretto. Amo l’architettura e il design. Prima di arrivare al risultato finale ho comunque bisogno di digerire tutto questo con calma.
Come viene recepita la tua collezione in Italia e all’estero?
In Italia, dove il progetto è in piedi da due anni, il prodotto ha dei buoni risultati nella stampa, ed è presente in alcune ottime vetrine. Sono riuscito a ritagliarmi uno spazio, con un’estetica precisa. La collezione estiva è stata presa anche dallo shop di Copenhagen Henrik Vibskov, quindi ora è anche su Farfetch. Ad Aprile sarò alla settimana della moda di San Pietroburgo cui sono stato invitato per presentare il progetto. In questo momento poi sto aspettando anche dei feedback dall’Asia.
Che consiglio daresti a chi voglia diventare fashion designer?
Dico di pensarci bene, di avere pazienza e di ascoltare tanto. Spesso chi esce dai vari istituti di moda è completamente disconnesso da quello che è il mercato del lavoro. Il lavoro del designer non vuol dire mettere dei fiocchetti su un vestito, essere pieni di sé, o pensare di essere creativi al 100%. Quando si entra nel mondo della moda si deve capire che si può dare un approccio di design alle cose ma poi il prodotto si deve anche vendere. In realtà il buon designer è chi ha sì delle buone idee ma che si possono poi mettere in pratica. Prima di intraprendere questo percorso bisogna ascoltare molto, fare esperienza nelle aziende per capire come funziona questo mondo. E soprattutto fare molta attenzione alla parte più concreta del lavoro. Fare il designer o lo stilista non significa fare un disegno, ma capire se quel disegno si può fare o non si può fare. Vuol dire relazionarsi con un modellista, mettersi al bancone in fabbrica a provare. Secondo me bisogna mettersi nella testa che è il prolungamento del lavoro di un artigiano. È un lavoro del fare. In Italia siamo fortunati perché l’artigiano ce l’abbiamo sotto casa. Se dall’estero le grandi maison vengono in Italia per far realizzare le collezioni, ci sarà un motivo. Noi ci dobbiamo impuntare per preservare e sostenere ciò. Tutto questo nascere di nuovi designer e i loro progetti sono linfa vitale per l’artigianato, sono ossigeno nuovo per l’artigianato italiano. Se alla capacità del fare si aggiunge un briciolo di energia nuova ne può uscire qualcosa di buono. Sicuramente oggi il fare e l’artigianalità sono sotto i riflettori, per l’Italia è una ricchezza che bisogna saper usare bene.
A quale delle tue borse sei particolarmente affezionato?
Il mio cuore è legato alla #1, la borsa Nigredo, che per me è un po’ come il primo amore.
Progetti per il futuro?
Sicuramente un allargamento di prodotto, sono un patito di scarpe. E anche i gioielli mi affascinano. Ho fatto qualcosa per la collezione S/S 2012. Il logo è già un gioiello, in qualche modo è un medaglione, un talismano. Il passo è veramente breve.
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