Luca Briasco
9 novembre 2012 · Christian Besemer
Da Herman Melville a David Foster Wallace. Sentite cos'ha da dire Luca Briasco sulla letteratura americana.
Caro Luca, tu sei un grande esperto di letteratura americana e ti chiedo: perché proprio l’America e gli americani, quale è stata la molla che ti ha portato a concentrare i tuoi studi in questo contesto?
Le molle, essenzialmente, sono state tre: essere cresciuto in una casa dove Hemingway, Faulkner, Caldwell erano vangelo almeno quanto gli autori italiani: avere scoperto "Sulla strada" di Kerouac a quattordici anni. E poi la musica: Doors, Velvet Underground a quindici anni, e subito dopo Springsteen e Tom Waits.
Già la tua tesi di laurea su Moby Dick, rivela molto della tua passione per la letteratura americana. Personalmente ritengo il viaggio di Melville e del capitano Achab uno dei fondamenti dell’arte e della cultura contemporanea. Anzi la scrittura sembra quasi trascendere l’umano, credo che lo si possa considerare il vangelo mancante. Invece a volte questo monumento viene come snobbato. Cosa ne pensi?
Questo è un problema legato al modo in cui la letteratura americana è nata, nella prima metà dell'ottocento. Da un lato c'era una letteratura femminile sentimentale e fortemente immersa nei temi sociali del tempo (per intenderci, La capanna dello zio Tom), e dall'altro una letteratura maschile che corteggiava l'avventura e l'esotismo, e che proprio per questo è stata a lungo percepita come letteratura essenzialmente per ragazzi. Con il risultato che, per decenni, l'unico romanzo cui veniva riconosciuta una dignità letteraria è stato "La lettera scarlatta" di Hawthorne, mentre la vena che parte da "L'ultimo dei Mohicani" di Cooper e arriva a "Huckleberry Finn" di Twain, includendo anche Melville, è stata "umiliata" da riduzioni destinate a un pubblico giovane. Credo però che, con la grande traduzione di Pavese, le cose siano sostanzialmente cambiate, e che anche per questo la "scoperta" di Melville sia andata di pari passo con quella del grande romanzo modernista di Hemingway, Faulkner, Fitzgerald, al quale proprio Pavese, insieme a Vittorini, ha dato un contributo decisivo.
Una dei tuoi percorsi di studio più battuti riguarda Thomas Pynchon, uno degli autori più originali e visionari dell’ultimo secolo. Spesso i suoi romanzi restituiscono una nuova prospettiva per vedere la storia e in particolare di quella degli USA. Cosa ne pensi?
Pynchon, come del resto altri autori assimilabili al postmoderno letterario come DeLillo, Barth e Coover, ragiona spesso, nei suoi romanzi, sul modo in cui è stata "costruita" la storia degli Stati Uniti. Una costruzione nella quale il mito spesso prevale sui fatti, e che comunque è fondata su una visione provvidenzialistica del mondo e del ruolo dell'America al suo interno. In tutti i romanzi di Pynchon, e soprattutto ne "L'arcobaleno della gravità" e in "Mason & Dixon", è ben presente e spesso dichiarata la volontà di recuperare sacche dimenticate della storia, concentrandosi su quelli che, riprendendo la terminologia adottata dai puritani, sono chiamati i "preteriti", i tralasciati, gli esclusi, i marginalizzati dal flusso della storia "vincente". Basterebbe questa caratteristica, ben presente anche nei grandi romanzi di DeLillo, "Libra" e "Underworld" su tutti, per fare piazza pulita di quella critica che ha sempre rimproverato al postmoderno di privilegiare il compiacimento metaletterario sulla riflessione sociale, storica e politica.
Un altro autore irrinunciabile a nostro parere è certamente Cormac McCarthy. La trilogia della frontiera, “Non è un paese per vecchi”, “La Strada”, ma anche a mio parere “Il buio fuori”. Quanti capolavori ha regalato quest’uomo all’umanità?
Beh, per come la vedo io, tanto "La trilogia della frontiera" quanto "Non è un paese per vecchi" e soprattutto "La strada" rappresentano in realtà "opere minori". Nel senso che, in esse, McCarthy ha attinto a elementi tradizionali dei grandi generi popolari americani (western, noir, fantascienza) per trasmettere il proprio messaggio e la propria visione a un numero molto maggiore di lettori, senza per questo rinunciare a quella prodigiosa partitura carica di valenze metaforiche e di echi biblici nella quale, da sempre, consiste la sua scrittura. Per questo consiglio magari di partire dagli ultimi libri di McCarthy, se lo si vuol conoscere, ma di non fermarsi: i suoi capolavori sono "Il buio fuori", "Figlio di Dio" ma soprattutto "Meridiano di sangue". Un romanzo totale e travolgente, che ha la potenza di Melville e di Faulkner, e che per me è forse il vero, grande romanzo americano di fine millennio.
Poi c’è il genio puro di David Foster Wallace, andatosene sicuramente troppo presto. Chi secondo te oggi è in grado di raccogliere la sua eredità. Quali sono gli autori più interessanti di quest’ultimo periodo?
La verità è che questo non mi sembra un periodo esaltante per la leteratura americana. Sicuramente, nessuno dei nuovi autori è, per inventiva, originalità, forza dello stile e della visione, paragonabile a Wallace o, quanto a questo, all'altro, grande maestro della sua generazione, ossia William Vollmann. Dei nuovi autori mi sembra molto interessante Chad Harbach: il suo "L'arte di vivere in difesa" è un romanzo solido e originale. Ora, naturalmente, si tratta di vedere se i passi successivi saranno all'altezza. Sono molto bravi anche Nathan Englander (ma solo nella forma del racconto), Jeffrey Eugenides (non un ragazzino, peraltro), Jennifer Egan. E personalmente (anche da traduttore) ho molto amato "L'ultimo inverno" di Paul Harding. Sono davvero curioso di leggere il suo prossimo romanzo.
Sono passati undici anni dall’11 settembre. Quanto ha influito quella data sull’immaginario collettivo americano e della letteratura in particolare.
Enormemente, e ben al di là dei romanzi che autori di primo piano come DeLillo o McInerney hanno dedicato all'evento in sé. Non credo però che l'influsso si debba ritenere positivo. A me sembra che, negli ultimi dieci anni, la letteratura (e perfino il cinema) abbia ripiegato su un immaginario "garantito" e su strutture più solide. Il simbolo di ciò che è diventata la letteratura americana è rappresentato secondo me, dai due ultimi romanzi di Jonathan Franzen: "Le correzioni" ma soprattutto "Libertà". Libri tradizionali nell'impianto, quasi ottocenteschi: saghe famigliari con una forte componente nostalgica.
Scritti da un autore di grande talento, ma ben poco disposto a fare del suo percorso una scommessa e una ricerca di nuove vie e di nuovi immaginari.
Tu hai vissuto negli USA per diversi periodi. come vivono le persone il rapporto con i libri e con la letteratura. Come autori di cui abbiamo parlato anche di culto vengono visti dalla società e dai media in particolare. Ti faccio questa domanda perché quando penso a Pynchon non riesco a togliermi dalla mente che un personaggio come lui (non si è mai presentato in pubblico) è stata protagonista di due episodi dei Simpsons.
Qui le differenze culturali con il nostro Paese diventano enormi.
Mah, su questo avrei più di una riserva. Nei Simpson, Pynchon appare come una curiosità legata al suo rifiuto di apparire in pubblico e al mistero che lo circonda. In generale, non mi sembra che il rapporto degli americani con la lettura e con gli scrittori sia poi molto diverso dal nostro. Anzi. Esistono autori americani che hanno grande fama da noi proprio perché raccontano il lato oscuro degli Stati Uniti senza mezze misure, e che in America sono semplicemente ignorati. Certo, il pubblico di lettori è più ampio, ma anch'esso viene orientato attraverso la televisione e il mondo delle recensioni. Su una cosa gli USA mi sembrano migliori di noi: i premi letterari, che hanno una loro formula a garanzia dell'imparzialità di giudizio e che si prestano assai meno dei nostri ai giochi delle conventicole o dei grandi gruppi editoriali.
Scusa, ma è troppo forte la tentazione. Una classifica almeno la dobbiamo fare. Chi sono a tuo parere i più grandi dell’ultimo mezzo secolo?
Non mi piace molto questo giochino. Però ci provo: Pynchon, DeLillo, Toni Morrison, Cormac McCarthy, Philip Roth, David Foster Wallace, William Vollmann.
Quali sono i tuoi progetti futuri? Continuerai a studiare l’ America e gli americani attraverso i loro libri?
Diciamo che continuo, sì. Il lavoro di editor per Einaudi mi consente di avere un osservatorio in tempo reale su tutto ciò che viene prodotto in America. E se qualcosa mi sfugge, o se lo voglio approfondire, gli amici del Manifesto mi consentono spesso di recensire libri o tendenze, dandomi anche molto spazio. Poi ci sono le traduzioni, l'approfondimento supremo del rapporto con un autore. Insomma, il lavoro non mi manca...
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