Laura Distefano
6 maggio 2013 · Alessio Sartore
Tra un bustino del ’52 e uno del ’56 c’è una differenza enorme. Intervista alla costumista Laura Distefano, in arte Bloody Edith
Laura, la tua storia.
Mi laureo come costumista per il teatro e comincio subito a lavorare per l’opera lirica. Mi piace e guadagno pure, ma non è la mia passione. Sono sempre stata attratta dalla scena rockabilly, forse anche per il fatto che mio padre è un appassionato di anni 50. E poi ho un idolo, Edith Head, una costumista formidabile che ha vinto 8 premi Oscar, più di ogni altra donna nella storia del cinema. Poi un giorno vedo un film del 1954: Magnifica Ossessione, e impazzisco per i meravigliosi shorts gialli di Jane Wyman.
È stato quello il momento in cui hai capito cosa volevi fare da grande?
Proprio quello. Le mie amiche hanno cominciato a chiedermi se potevo rifare quegli shorts, e lì è cominciato il mio lavoro.
Quanto tempo fa?
5 anni fa.
Come sei partita?
In due mesi ho creato una mini collezione con tessuti originali anni 40 e l’ho esposta per la prima volta al festival jamboree di Senigallia. In due ore ho venduto tutto.
Com’è continuato il tuo percorso?
Con un inizio così, mi aspettavo grandi cose. In realtà i primi tre anni sono stati molto faticosi. Non avevo un nome nella scena rockabilly, e in un mercato così di nicchia, la reputazione è molto importante. Da un paio d’anni però le cose sono cambiate.
Come comunichi?
Vivo soprattutto di passaparola. E vado a tutte le fiere rockabilly, dove è più facile vendere perché il cliente sa cosa sta comprando. Vendo 50% in Italia e 50% in Europa, dal Belgio alla Scandinavia. Uso Facebook per mantenere il contatto con i clienti e quelli nuovi li faccio in fiera.
Il tuo punto di forza?
Uso materiali originali al 100%. E ogni capo è lavorato con grande attenzione alla qualità, che è ciò che la gente chiede. Se lavi un mio vestito quaranta volte, deve essere ancora perfetto. E punto molto sul Made in Italy.
Sei felice?
Direi di si. Facevo la costumista per l’opera prima ed era una tragedia perché non ti pagavano o ti pagavano in nero. Ho lavorato tre anni al teatro dell’opera e una volta per uno spettacolo abbiamo fatto duecento costumi in due mesi. Oggi invece sono serena perché creo, uso e vendo i costumi che piacciono a me.
Cosa consigli a chi ha una passione e vorrebbe poterci vivere?
Per prima cosa serve capire qual è la tua passione. E c’è di sicuro. Insomma, se non hai una passione sei un caso disperato. Io ho questa passione da sempre, e mi ha salvata.
Se dovessi chiederti qual è la tua professione, cosa risponderesti?
Sono una costumista. Non mi reputo una stilista. A me piace studiare le epoche dell’abbigliamento e riprodurre quei vestiti. Voglio dire, tra un bustino del ‘52 e uno del ‘56 c’è una differenza enorme.
Chi compare in questa storia può chiedere di modificarla o toglierla. Contatti
