Lahar

26 giugno 2013 · Isabella Sacchetti

Le idee sono una colata di fango incandescente. Abbiamo intervistato Marco Sartore, fondatore della rivista Lahar.

Lahar è una parola indonesiana che significa lava. Più precisamente si tratta di una colata di fango incandescente, formata da materiale piroclastico e acqua. Il lahar è imprevedibile e estremamente pericoloso. A seconda della velocità e del percorso che intraprende può provocare effetti devastanti. “Anche le idee sono violente” , si diramano in più direzioni, a volte si incontrano, altre si scontrano. “Un fiume di fango torbido nel quale si mescolano tante esperienze”.

Marco, chi sono i ragazzi di Lahar?

Abbiamo tra i 21 e i 28 anni e arriviamo tutti da esperienze e studi diversi. C'è chi ha studiato (e chi sta ancora studiando) architettura, design, economia, storia, fotografia, psicologia, chi lavora come videomaker e chi come commerciale. Insomma siamo un buon melting pot di approcci diversi alla vita ed è proprio da questo che abbiamo sviluppato il concept che guida Lahar Magazine.

Soffermiamoci un attimo sul nome Lahar, che significa lava.

La scelta del nome è stata un momento molto concitato in redazione. Tutti urlavano e si agitavano, nessuna idea sembrava adatta. Poi è uscita la parola Lahar dagli ancestrali ricordi di una lezione di Scienze al liceo. Ci è piaciuta e la discussione è finita.

Lahar in realtà non significa propriamente lava, ma indica un preciso fenomeno vulcanico che avviene quando il calore di un eruzione fa sciogliere in brevissimo tempo il ghiaccio e la neve in cima al vulcano; dalle pendici scendono fiumi di fango incandescente, una delle manifestazioni più violente della natura. Crediamo che anche le idee siano violente e che, una volta lanciate e supportate adeguatamente, ricordino di più un fiume di fango torbido, che mischia tante esperienze, terra acqua e fuoco, piuttosto che un limpido ruscello.

Ogni numero ha un topic diverso. Come funzionano la scelta delle varie tematiche e, in generale, tutto il meccanismo di Lahar?

Cercherò di sintetizzare il più possibile perché le cose da dire sono tante, ma in sostanza Lahar esce ogni due mesi e ogni due mesi viene lanciato sul sito il tema di quello successivo, come il bando di un concorso. La partecipazione è assolutamente aperta a chi ha voglia di mettersi in gioco ed è il motore della rivista. Chi vuole collaborare con noi ci invia le sue proposte sotto forma di testi, immagini e creazioni video entro una data di scadenza e di lì noi iniziamo a elaborare quella che diventerà la rivista vera e propria. Scegliamo i contributi più adatti al formato cartaceo e quelli più adatti al web, soprattutto per uniformità di formato, stile e contenuti. Una volta scelti i testi questi passano alla redazione grafica che impagina il tutto, e crea (sempre utilizzando ciò che i collaboratori ci hanno mandato) il poster che costituirà il "retro" del magazine, e sarà il riassunto visivo dei contenuti testuali. Una volta stampato tutto, organizziamo un evento sempre diverso e potenzialmente legato alla tematica per presentare il numero che verrà distribuito lì per la prima volta. Uscito ufficialmente, viene spedito ai vari supporter sparsi per l'Italia e distribuito manualmente, e a questo punto siamo già sotto con il numero successivo. Una piccola precisazione: Lahar è gratuito.

Perché un open magazine? E’ chiaro che alla base c’è un desiderio di condivisione che va ben oltre una foto su instagram

Diciamo che crediamo nel potere delle persone quando si uniscono, ed è quello che abbiamo cercato di fare creando Lahar. Volevamo allontanare la gente dalla demagogia e dal qualunquismo da bar, rinfrescare il concetto di cultura che ultimamente, a torto o a ragione, ha trasformato l'epiteto "intellettuale" da un complimento ad un insulto. Consapevoli però della scarsità dei nostri mezzi abbiamo cercato aiuto all'esterno, a chi potrebbe cambiare il mondo con il suo pensiero ma non ha mai pensato di buttarlo su una pagina. Anche il formato è pensato per dare la massima fruibilità possibile, si dispiega intuitivamente, gli articoli sono di lunghezza ridotta per portare anche chi non legge abitualmente ad avvicinarsi ai testi. La grafica è accattivante, ed essendo piccolo e tascabile, si diffonde facilmente, soprattutto nei luoghi del tempo libero come bar, negozi e locali, o nelle zone relax delle biblioteche. Tutto questo punta a un grande sogno nel cassetto di Lahar Magazine, che è quello di creare una comunità, una massa critica che possa legare le varie realtà territoriali che si impegnano per promuovere cultura, innovazione e progetti indipendenti.

Un social mag, insomma. Marco, tu sei il founder e hai definito la vostra rivista come la realizzazione di un sogno, appunto. Ce lo spieghi meglio?

La mia passione per l'editoria e le riviste ha radici lontane, ne ho sempre collezionate molte, di tutti i tipi, poi finalmente un giorno son riuscito soprattutto grazie ai "lahariani" (ormai ci chiamano tutti così) a crearne una di "mia", una rivista che fosse un poster, ma anche un flyer, un gruppo di persone, un evento, un luogo di sperimentazione artistica, un social network. Grazie a lahar negli ultimi anni ho conosciuto centinaia di persone in tutta Italia, che condividono con me l'entusiasmo e la voglia di mettersi in gioco con qualcosa di proprio.

E un consiglio ai ragazzi che vorrebbero realizzare il proprio di sogno?

Cercare un sogno realizzabile e realizzarlo. Dal momento che una persona di sogni ne ha i cassetti pieni, l'importante è valutare in ogni momento quale sia il più realizzabile, e concretizzarlo al più presto.

L’argomento di uno tra gli ultimi numeri è Orizzonti. Cosa vedono i vostri occhi in lontananza?

Il nostro obbiettivo resta sempre quello della partecipazione, in tutte le forme possibile, creare una comunità, portare le persone verso una socialità che sia più costruttiva, prima di tutto per loro stessi. Quindi non so, una versione in inglese con distribuzione extra-nazionale? Una radio Lahar? Stampare un miliardo di copie?

Siete felici?

Mai! Altrimenti saremmo immobili.

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