Isabella De Maddalena

6 febbraio 2014 · Alessio Sartore

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Mi racconti di questo tuo progetto a Milano?

Oggi abbiamo lavorato a questo progetto per un magazine polacco che si occupa di cultura italiana e che si chiama proprio “La Rivista” e per cui ho iniziato a lavorare dall'aprile scorso. Organizzo spesso servizi che parlano della cultura italiana sotto diversi aspetti. In questo caso era uno speciale su Milano per cui mi hanno lasciato molta libertà. Il tema è di raccontare la città sotto dei punti di vista un po' particolari, Milano come non l'avete mai vista. E quindi ho scelto, essendo appassionata d'arte, diversi luoghi di Milano dedicati all'arte contemporanea in particolare luoghi meno conosciuti di quelli istituzionali che possono essere Palazzo Reale e quindi siamo stati all'Hangar Bicocca e adesso siamo alla Fondazione Trussardi dove si tiene una mostra di Lorè Calzedilla, con diverse performance.

Come hai iniziato a fotografare?

Ho iniziato da una formazione artistica studiando pittura a Brera, quindi mi sono avvicinata alla fotografia partendo dall'arte e in particolare scoprendo un fotografo, Luigi Ghirri, che ha rappresentato per me un po' il tramite tra l'arte e la fotografia perché era fotografo, ma esprimeva un concetto molto artistico della fotografia e poi frequentava artisti, quindi ha fatto delle foto storiche dello studio di Morandi e altri. Aveva un approccio quasi filosofico alla fotografia.

Ho iniziato con delle foto che erano molto più artistiche di quelle che faccio adesso. Ho scritto poi una tesi sul rapporto tra immagine e parola in cui accostavo delle mie fotografie a dei testi poetici. Poi il mio lavoro nel tempo si è evoluto perché finita l'accademia ho iniziato a lavorare in studi di fotografia più commerciali, ho lavorato quattro anni a Milano e un periodo a Londra. Non era il settore in cui io pensavo di fermarmi però mi ha permesso di imparare molto: un uso anche tecnico delle luci e il lavoro di post-produzione.

Come ti sei avvicinata alla fotografia di reportage?

A un certo punto ho capito che ero interessata al reportage e ho iniziato a guardare le fotografie di grandi come Cudel, che ho sempre amato. Grazie ad uno stage all'agenzia Contrasto di Milano ho seguito diversi fotografi di reportage nella fase di produzione di un lavoro, approcciandomi alla parte più pratica e organizzativa, che forse è quella che manca a chi ha una formazione artistica.

Ho poi lavorato un anno con il fotografo Stefano de Luigi - ora rappresentato dall'agenzia Seven - da cui ho imparato molto anche sulla fase di selezione delle foto: ogni immagine ha un significato e un senso nell'ambito di un lavoro e bisogna quindi essere in grado di realizzare un racconto fotografico in base a quello che si vuol dire nel modo più sintetico possibile e che arrivi il prima possibile a chi guarda.

Mentre lavoravo con questo fotografo avevo iniziato a sviluppare i primi miei lavori, di cui uno per me importante è stato quello sulla maternità delle donne straniere qui in Italia: ho seguito il percorso di maternità di alcune di esse lavorando nei centri di ascolto degli ospedali.

Questo e' stato il mio primo lavoro pubblicato su Io Donna.

E poi?

Da quel momento in poi - era il 2008 - ho continuato a produrre storie di reportage su diverse tematiche approfondendo sempre di più il tema della condizione femminile perché ho anche capito che è molto importante utilizzare la propria sensibilità e, nel mio caso, il fatto di essere donna, per avere maggiore accesso a determinate aree. Prima vivevo il fatto di essere donna come un handicap perché in alcune occasioni mi è pesato avere una sensibilità diversa da quella di un uomo, poco aggressiva e incisiva, poi invece ho capito che questa diversità va usata come forza e non come mancanza. Valorizzare quello che sono sotto tutti gli aspetti mi ha permesso di approfondire di più le tematiche che mi stanno a cuore.

Come sei arrivata a questa consapevolezza?

In maniera molto naturale, lavorando, a volte anche parlando con altri fotografi maschi con cui mi sono sempre confrontata, che vedevano nel mio essere donna una diversità in positivo, mi hanno incoraggiata a sfruttare questa condizione. Anche l'agenzia Luz – che ormai mi rappresentata da due anni a questa parte - mi ha sempre chiesto esplicitamente di rimanere sul tema della donna, anche quando proponevo qualcosa di diverso.

Quindi ho acquisito questa consapevolezza da un lato seguendo le mie sensazioni e dall'altro notando il maggior interesse che questa tematica suscitava negli altri.

Hai parlato di lavori più commerciali e di reportage. Come si compone attualmente il tuo lavoro? Qual e' il mix che ti permette di fare quello che ti piace ma anche di assicurarti un'entrata adeguata?

Più vado avanti e più noto con piacere che la percentuale di lavori in cui riesco a inserire le mie passioni sta aumentando, mentre in passato erano molto più commerciali - eventi, conferenze e cose simili - adesso trovo ci sia un buon equilibrio; inoltre anche nel lavoro che non è prettamente di reportage cerco comunque di mantenere il mio stile. Sono riuscita a stringere rapporti professionali con realtà che mi conoscono per i lavori che faccio sul reportage e mi chiamano proprio perché a loro piace quello stile. Questa secondo me è un po' la chiave: riuscire a portare avanti delle collaborazioni in cui sai che il cliente ti chiama perché conosce quello che fai ed il tuo stile. È una capacità che si acquisisce col tempo. Prima facevo più lavori, ora cerco di farne meno ma più selezionati e che rispondano di più al mio modo di lavorare, in cui ci possa essere una maggiore empatia, con chi si collabora.

Selezionare significa saper dire di no?

Fondamentale! cosa che ho imparato a fare.

Ad un certo punto devi veramente dire no, per scegliere dove stare, capire quello che ti piace, quello che non ti piace, quello che sai fare e quello che non sai fare e tutto questo lo acquisisci con l'esperienza, con la consapevolezza di chi sei e dove vuoi andare. Alla fine sei tu che puoi dare una direzione alla tua attività come pure alla tua vita. In base alle scelte che fai ti trovi in dei luoghi anziché in altri, quindi è bene che in determinate situazioni sia tu a prendere una scelta.

Facciamo un bilancio: che cosa ti sta dando questo lavoro e che cosa ti toglie?

Beh, mi toglie il tempo perché poi ne ho molto poco per la vita privata anche se penso che sia un lavoro in cui non c'è una vera distinzione tra vita privata e non.

D'altro canto, avendo la possibilità di lavorare su tematiche che mi appassionano riesco a combinare i miei interessi e ad approfondire determinati temi. Questa è sicuramente una ricchezza.

Mi da la possibilità anche di incontrare delle persone, appunto scrittori, artisti. Lavoro spesso anche sul ritratto e porto avanti da tempo lavori su vari artisti, da musicisti, a scrittori, a giornalisti che poi intervisto, quindi sicuramente questo lavoro mi da tanto dal punto di vista umano come pure della mia conoscenza. L'unico svantaggio di queste professioni in cui c'è una grande commistione tra vita e lavoro è che poi si fa fatica a non lavorare sempre.

È quasi impossibile staccare. Comunque non mi lamento perché l'ho scelto io.

Bilancia in attivo quindi. Che penso equivalga a soddisfazione e ad un certo benessere interiore. Penso sia un percorso, qualcosa che hai costruito negli anni. Quali sono state le rinunce, cosa ti è pesato in questo cammino? Ci sono stai dei momenti in cui hai detto “Mollo tutto”?

Ci sono stati, in particolare penso al momento in cui ho lasciato l'attività dello studio e ho deciso di avviarne una in proprio, decidere di vivere “raccontando storie” e di non avere un lavoro fisso. Questo mi ha portato pensieri perché rinunciavo ad un'entrata continua, sicura.

Avevi già dei clienti nel momento in cui hai deciso di intraprendere questa strada?

Sì, avevo già dei clienti, avevo capito anche il modo in cui muovermi, però non avevo la sicurezza né che questi clienti mi avrebbero richiamata, né che ne avrei acquisiti degli altri. Ci vuole molto coraggio in alcuni momenti, perché se non hai delle basi economiche forti hai bisogno di poterti mantenere, quindi tra gli svantaggi sicuramente metterei la precarietà e la difficoltà di riuscire a programmare il futuro perché comunque sai com'è oggi, ma non hai la certezza di dove sarai tra due anni.

Mi ci è voluto un po' di tempo per trovare una tranquillità interiore e forse l'ho guadagnata proprio ultimamente, perché ho avuto la conferma che invece i miei clienti mi richiamano e riesco ad acquisirne di nuovi e questo mi suggerisce che ho gettato delle basi stabili.

La fotografia non è una professione per cui si ha una strada già tracciata, è un mestiere che fai arrivandoci da strade diverse e anche questo fa sì che tu non sia mai totalmente certo che quello che stai facendo ti sta portando a qualcosa di sicuro in termini di lavoro e di commissioni. Questo per me è stato lo svantaggio maggiore.

Quando hai deciso di metterti in proprio avevi già le idee chiare, la sicurezza di un tuo progetto?

Quando ho lasciato lo studio avevo deciso che quella era la mia strada e la sentivo, non avevo magari la netta consapevolezza di dove stessi andando. Anche se sapevo che genere di lavori volevo fare, la consapevolezza si è definita strada facendo, incontrando delle persone, frequentando degli ambienti, parlando magari con fotografi più grandi con più esperienza: mi rendevo conto che anche loro avevano vissuto situazioni simili.

Il confronto con altri colleghi è molto importante. Questo è un mestiere in cui devi fare un po' i conti con la solitudine. È una condizione che ti permette poi di stare meglio in compagnia. Però è un traguardo che devi raggiungere.

Credi ci voglia una predisposizione ?

Devi essere un po' predisposto anche di carattere sicuramente. Penso sia quasi un'attitudine alla vita. Per quanto mi riguarda, riesco a mantenere la capacità di stupirmi di quello che mi accade, dell'imprevisto. In passato lo subivo (anche perché provenivo dall'esperienza del lavoro fisso) però ora non più, anzi non sarei più in grado di andare in uno studio ogni giorno perché ormai ho strutturato tutto un modo diverso di lavorare e mi organizzo da sola ogni giornata, anzi per me una cosa importante adesso è proprio il cambiamento, il fatto che sia una vita in continua evoluzione. Non voglio sentirmi arrivata, ogni giorno penso che posso migliorare in quello che faccio ed imparare sempre di più dalle persone che incontro. È bello sentirsi in evoluzione: non sono ancora dove voglio essere, magari non lo sarò mai, ma è una continua ricerca.

Che cosa ti ha spinto a prendere in mano le redini della tua carriera lavorativa e metterti in proprio, a fare una scelta come dicevi prima?

Forse sono andata più per esclusione. Sapevo che cosa non volevo: un lavoro fisso, la routine. Quello che volevo l'ho trovato via via. Ma anche quello che voglio poi si evolve in continuazione: come nella vita, anche nel lavoro le esigenze cambiano in continuazione.

Un'esperienza di lavoro a Londra, un master in giornalismo in Danimarca: è importante nel tuo lavoro avere un confronto con altre realtà fuori dall'Italia o sono esperienze come altre?

È importantissimo ed è una cosa su cui voglio continuare a lavorare. Penso che un confronto con altre culture dia sempre un arricchimento, si capiscono tante cose che poi si riflettono anche nel proprio lavoro. Il fatto di lavorare per esempio anche con questa rivista polacca mi da la possibilità di approcciarmi in modo diverso alla realtà, cercando di immedesimarmi nell'altro per capire cosa cerca. Induce a creare all'interno di sé più punti di vista sul mondo.

Una cosa bella del viaggio è che si possono trovare pezzetti di sé un po' in tutti i paesi, io spesso all'estero mi sono trovata in situazioni in cui mi sentivo a casa. C'era qualcosa di familiare, come qualcosa che conoscevo già in qualche modo. Quindi e' assolutamente un arricchimento e spero sempre di più di poter espandere il mio lavoro verso altri paesi e culture.

Partecipi anche a festival ed eventi?

Agli eventi vado come ospite, per 2 motivi: avere un confronto con i colleghi (spesso sono festival internazionali) e poi per incontrare foto-editor da tutto il mondo. Organizzo degli incontri con foto editor con cui già lavoro o con cui vorrei lavorare.

Una cosa che mi piace molto è il fatto che quando vai da qualche parte usi facebook e altri mezzi per coinvolgere persone. È “fare di necessita' virtù" o c'è anche una volontà di condivisione?

Spesso anche per motivi logistici, mi piace molto condividere: penso che le situazioni condivise in qualche modo moltiplichino le possibilità come uno specchio che ha tante sfaccettature, viaggiando con altre persone riesci a cogliere aspetti della realtà che da solo non noteresti. Ma apprezzo anche la dimensione del viaggio in solitudine perché ti permette di essere più aperto verso le persone che incontri, spesso se sei in gruppo sei un po' più chiuso verso gli altri. Comunque sì, uso i social network per condividere viaggi. L'ho fatto per necessità ma lo faccio ancora perché credo molto nelle connessioni tra persone e ambienti senza limiti, che possa essere da qui alla Francia come da qui alla Polonia o all'Inghilterra, credo che dalle connessioni di diverse culture e background possano nascere cose più vive e più ricche.

In cos'altro ti aiutano i social network?

Sono su Twitter, Linkedin, Facebook, Instagram, ma quello che uso maggiormente è Facebook che considero la mappatura dei miei contatti anche in diversi paesi.

È una possibilità in più che abbiamo di moltiplicare la rete dei contatti e mantenere i rapporti con le persone, anche perché poi non sai mai come possano evolvere le cose perché magari con una persona che hai visto dieci anni fa in una occasione finirai per lavorarci o chissà. Mi piace perché e' un modo di rimanere in contatto con delle persone e amici per sapere in modo molto veloce e molto immediato dove sono, se stanno bene, cosa stanno facendo e da questo punto di vista è un bel modo di condividere degli attimi di vita.

Lo uso anche per lavoro perché aggiorno sempre la pagina sulle mie ultime pubblicazioni o su dove sono, se sto andando a fare un lavoro di due settimane in un altro paese per cui avviso anche i miei clienti che sarò assente ed è anche un modo per rimanere aggiornata. Lo ritengo utile, ovviamente non sono favorevole all'abuso e penso che né internet né i social media possano sostituire i contatti umani che rimangono per me fondamentali.

Cos'è che ti affascina in una storia che decidi di raccontare?

Come dicevo lavoro spesso su temi che riguardano le donne, quindi vedo le storie probabilmente che sento vicine perché mi rivedo io stessa in quelle situazioni o provo empatia per le persone di cui racconto. Cerco anche di parlare di storie poco raccontate o che siano positive perché soprattutto nella foto di reportage spesso vengono scelti temi negativi o drammatici, si parla di guerra, malattie, catastrofi naturali e io penso che in un momento come questo ci sia un gran bisogno di storie positive o che diano una speranza.

Ci sono realtà poco conosciute, per esempio sono stata in Polonia che è un paese di cui comunque si sa poco, ma che in realtà ha una grande cultura. Mi interessa spesso andare ad approfondire queste realtà e anche la condizione della donna.

Da cosa nasce la voglia di raccontare qualcosa?

Sono partita da immagini singole, però ho sempre avuto passione per il cinema e quindi in realtà ho sempre avuto un approccio un po' filmico , col fatto di dire si' una foto ma una foto non e' abbastanza perche' una foto e' un momento ma a me interessa dare poi una sequenza.e infatti ad esempio la scuola che ho fatto in danimarca e' stata molto utile perche' li' c'era una parte dove si lavorava sulle inquadrature, quindi il totale, etc.. e io penso sempre alla storia come una serie di frame di un film o di una sequenza cinematografica

dal sentire che un'immagine non e' abbastanza perche' e' un frammento e invece a me interessa dare si' il frammento ma anche quello che c'e' prima e quello che c'e' dopo questo frammento quindi raccontare il constesto, quello che una situazione puo' divenire e poi ultimamente anche il fatto di unire alle immagini le parole perche' anche l'immagine a volte non e' abbastanza perche' spesso mi capita di incontrare delle persone che mi raccontano le loro storie che io registro e che poi unisco alle foto quindi spesso propongo alle riviste sia le immagini che il testo perche' sono io in prima persona che

e poi per me c'e' anche proprio il fatto istintivo , empatico , quando delle storie mi appassionano puo' essere perche' x esempio questo ultimo lavoro che ho fatto sull'imprenditoria femminile perche'stimo delle donen che sonbo state in grado di costruirsi una proprioA ATTIVITA' di costruirsi da sole e quindi dalla voglia di far conoscere queste storie ad altre persone i

dalla parte del pubblico secondo te qual'e' il feedback , pensi che ci siano molte persone che hanno bisogno di un messaggio cosi'? Pensi che dovrebbero essere di piu' come lavedi la risposta, cerchi di raccontare storie che possano piacere ma non solo piacere dal punto di vista commerciale ma che siano capite . Raccontare una storia per te significativa ma la volonta' di voler trasmettere.

Si' forse sarebbe giusto che il pubblico fosse piu' ampio, ma in effetti dovrebbero essere maggiori gli spazi perhche' purtroppo con il fatto che oggi abbiamo un'informazione semmpre piu' veloce che ci bombarda sempre di piu' di troppe informazioni diverse ma poco approfondite il bisogno che io sento e' quello di fermarsi e di approfondire un po' di piu' alcune tematiche e purtroppo appunto anche sulle riviste invece poche sono quelle che hanno un tale approfondimento su delle storie quindi secondo me non manca tanto l'interesse quanto forse le possibilità a livello di luoghi di comunicazione che non siano quelle tra i colleghi se penso al pubblico inteso come varieta' di pubbloico di tutti i generi perche un pubblico ha bisogno anche di essere eduacato ad un tipo di informazione . Si e' educati ad un tipo di informazione cosi' talmente veloce che poi non si ricerca neanche piu' il fatto di fermarsi, una curiosita' che hanno magari persone che lavorano in qusto settore magari la media delle persone non ha. In effetti il concetto dello story telling ha preso piede anche in settori che non sono quelli del reportage anche vengono usate nella pubblicita'

secondo te perche' c'e' questo interesse per la storia , e' una moda o ci vedi qualche legame con il momento storico o altro?

Ma forse anceh il fatto che siamo bombardati da tante immagini ma poi e' importante trovare anche una connessione tra tutte queste perche' oggi si dice “sono tutti bravi a fare foto” pero' non e' vero perche' quello che distingue poi un fotografo da uno che fa le foto e' il fatto di sapere legare le immagini e appunto costruire un racconto presentare un lavoro

quindi forse il fatto che lo story telling abbia un'importanza adesso potrebbe rispondere alla necessita' di dare un ordine a tutte questa marea di immagini che ci circonda e dargli un storia un senso

futuro: quali sono i tuoi progetti., come ti piaacerebbe che fosse? Sei sulla strada giusta, pensi di continuare cosi'? Hai in mente un'evoluzione

come ti dicevo l'evoluzione principale e' quella di lavoreare sempre di piu' anche con l'esterocontinuare a viaggare realizzare storie fuori e andare sempre piu inprofondita rispetto a quello che mi interessa non ho delle mete precise perche' non sono mai stata attrattada da paesi in particolare quando da delle storie quindi se vengo a sapere di una storia che mi interessa in questo memento non importa dove sia ma cerco di andare e di raccontarla

anche il fatto di approfondire delle relaz di lavoro che ho gia' avviato mentre prima avevo piu' clienti svariati ora preferisco selezionarli di piu' e poi approfondire il rapposto con questi

come pure del lavoro di gruppo con altri fotografi ricordarsi dell'importanza del confronto

magari lavorare anche con il video (ho fatto dei corsi di mont) anche se non ho ancora sperimentato il tutto come vorrei

altri progetti in corso che voglio finire

dal punto di vista personale mi piacerebbe avere una famiglia sicuramente anche se con il lavoor che faccio magari non sara' una famiglia proprio tradizionale pero' il pensiero c'e' e sicuramente sono una persona che ha anche bisogno di basi in tutto questo, non sono una persona che dice io voglio essere ogni giorono in un posto diverso, la base e' una cos adi cui ho bisogno e che cerco

ultime cose che riguardano chi si avvivcina ad una professione del genere in chiave che cos'e' essenziale avere o costruire per arrivare dove sei arrivata?

Essenziale e' avere passione e costanza perche' sono le cose che ti permettoneo di andare avanti perche' se non le hai non riesci. C'e' un po' questo concetto dell'artista o chi fa professioni creative come uno che non ha regole, e invece no secondo me se fai l'artista devi essere in grado di darti delle regole e delle tempistiche ancora di piu' di una persona che fa altri lavori piu' consueti perche' dipende tutto da te, sei tu il tuo capo e non c'e' nessuno sopra di te che ti dice cosa fare quindi e' molto pimporante avere creativita' ma anche disciplina, una combinazione di queste due cose, essere flessibili, in continuo cambiamento anche in base a come cambiano i mezzi di comunicazione penso ad esempio ad internet e a come bisogna essere pt

riuscire anche un po' ad anticipare quello che succedera'

caro ragazzo non e' facile ma vai avanti se veramente ci credi, crederci e' fondamentale

io non sono una persona pessimista che dice ma no tanto e' difficile , io credo che se tu hai passione e hai qualcosa da dire arrivi comunque e ovunque perche' e' qualcosa che tu hai dentro, che non dipende da quello che hai intorno, se c'e' ed e' forte viene fuori comjunqjue

e' qualcosa che puo' superare qualsiasi barriera, pratica, economica, questio io credo tantissimo e credo sia questa passione e la voglia di comunicare la cosa che ti fa superare tutte le difficolta'0 dubbi ed ostacoli che puoi incontrare durante il percorso

credere in se' stessi e non rassegnarsi di fronte a delle porte chiuse che ci sono sempre in tutte le professioni sopportare le critiche le piccole sconfitte che poi sono anche le situazioni che non vanno che ti portano poi alle situazioni che fanno per te

riusicre a vedere dei piuccoli fallimenti o cose che non sono andate come parte di un percorso che ti portera' dove devi arrivare

l'essere fotografo ti porta in qualche modo a vivere da fuori le situazioni che stai ritraendo?

Quando ho iniziato a fotografare sentivo molto questa sensazione del momento in cui ero li con la macchian fotografica e mi sentivo molto fuori era quasi un nascondersi dietro alla macchina e secondo me la chiave sta propro nel riuscire a vivere una situazione nonostante il proprio ruolo ed e' una cosa su cui ho lavorato parecchio per cui devi fare in modoche la maccbhina diventi un po' parte di te perche' poi c'e' anche il fatto nonsolo del tuo sentire ma anche di come gli altri ti vedono e quindi dell'essere in una situazione con una macchina fotohgrafica e' diverso che esserci e guardare le cose coi tuoi occhi e quindi sta anche a te il fatto di rendere la macchina invisibile rendere la tua presenza la cosa piu' importante e quindi essere nelle situazioni prima di tutto come persone piu' che come un automa che fa delle foto e anche far capire alle persoane con cui hai a che fare e che fotografi che prima di tutto voiu con loro un rapporto che sia umano e non freddo solo per fare qualche foto, questo per me e' molto importante soprattutto quando faccio ritratti, costruire una relazione che puo' essere di mezz'ora ma nella fotog e' importantissima e'sempre un discorso di relazione tra due persone quindi la macchina e'qualcosa che mi permette di scattare delle foto ma per me ormai davvero e' un prolungamento dell'occhio quindi nel corso delgik anni ho cercato sempre di piu' di rendere la macchina invisibile e di mettere me e la mia presenza in primo piano

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