Ilide Carmignani

31 gennaio 2013 · Isabella Sacchetti

Per diventare traduttori non ci si deve arrendere mai. Abbiamo intervistato Ilide Carmignani

parole: 1968 / tempo di lettura: 7 minuti

Ilide Carmignani è una traduttrice. Ha tradotto un centinaio di opere (R. Bolaño, J. L. Borges, L. Cernuda, Fogwill, C. Fuentes, A. Grandes, G. García Márquez, P. Neruda, O. Paz, L. Sepúlveda). Ha tenuto corsi e seminari di traduzione letteraria presso università italiane e straniere. Nel 2000 ha vinto il I Premio di Traduzione Letteraria dell’Instituto Cervantes. Cura gli eventi sulla traduzione per il Salone del Libro di Torino e organizza, insieme al prof. S. Arduini, le Giornate della Traduzione Letteraria. Ha pubblicato Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria, Besa 2008.

Quando mi si è presentata la possibilità di intervistare Ilide ero molto agitata e emozionata: avrei voluto farle mille domande. Contenersi è stato davvero difficile.

A volte ci si dimentica che il successo internazionale di un libro non si deve soltanto all’indiscusso talento del suo autore, ma anche al suo traduttore. Una buona traduzione consegna al lettore della lingua di arrivo la giusta chiave per entrare nel romanzo, esplorarlo, coglierne il messaggio, l’essenza.

Volevo che dall’intervista emergesse tutto l’impegno, la dedizione e la passione necessari per svolgere questa professione. Direi che è andata più che bene!

Buona lettura.

Ilide, come si diventa traduttori? Tu per esempio come e quando lo sei diventata?

Non credo che ci sia stato esattamente un come, e forse nemmeno un quando. Ci sono stati tanti passaggi, vaghi come capita in questi mestieri un po’ particolari, e solo qualche tempo dopo, guardando indietro, ho capito che ero diventata una traduttrice letteraria. Ormai trascorrevo tutte le mie giornate a tradurre e avevo parecchi libri alle spalle e spesso anche davanti, che premevano per prendere voce italiana. In seguito, verso i quarant’anni, è arrivata la consapevolezza che questo lavoro in qualche modo diceva qualcosa di me, di come sono, e che io potevo dire qualcosa di lui, di come è, e assieme è venuto il senso di appartenenza, forte, al mondo editoriale.

Ma se volevi semplicemente sapere del mio primo libro, be’, l’ho tradotto a ventitré anni, gratis et amore dei, l’estate dopo la laurea, in giardino, un’estate bellissima su un libro difficilissimo di Luis Cernuda. Uno dei miei professori voleva pubblicare un volumetto senza perdere tempo con la traduzione, che nei concorsi universitari non costituiva titolo. Per allettarmi, disse: ti faccio fare le note, che nei concorsi invece contavano (e io pensai: ma guarda che mondo alla rovescia). Poi partii per gli Stati Uniti - Brown University, Providence, Rhode Island - e nel programma di Ph.D in letteratura spagnola infilai uno special course in traduzione letteraria con Alan Trueblood, magnifico traduttore, grande studioso, poeta di haiku a tempo perso. Tornata in Italia, bussai alla porta di alcune grosse case editrici di Milano, mi diedero una prova e da lì non ho più smesso di tradurre. Ricordo sempre con molta gratitudine Michele Riva e Marco Vigevani, allora da Serra e Riva – Mondadori, che mi fecero firmare il mio primo contratto. Si sono fidati di me quando non avevo nulla o quasi in curriculum, ancora oggi quando li incontro mi viene voglia di baciarli.

E' importante la propria personalità in un mestiere come questo? In che misura si riflette nelle traduzioni?

Ḕ importante la propria personalità, ma anche la propria sensibilità, la propria formazione culturale, la propria lingua, dove per lingua va inteso idioletto, e cioè il modo in cui ci esprimiamo essendo nati in quel periodo, in quella zona, in quella famiglia, perché tradurre alla fin fine vuol dire interpretare e tutti questi aspetti influiscono pesantemente sull’interpretazione. Ḕ come quando un musicista suona un brano, le note sono quelle ma l’effetto è sempre diverso. A volte diversissimo.

Purtroppo o per fortuna le lingue sono asimmetriche e molto spesso non c’è, anche per le più affini, una traduzione automatica, perfetta. Faccio un esempio: lo spagnolo adiós sembra la parola più facile del mondo da tradurre in italiano, ma contrariamente ad addio non è un saluto definitivo. Immaginate l’ultima pagina di un romanzo dove lui se ne va dicendo adiós, un finale aperto, forse tornerà forse no dalla protagonista. Un addio non funziona perché, appunto, elimina ogni speranza di lieto fine, un arrivederci è troppo ottimista, un ciao suona banale… Tocca al traduttore inventarsi una soluzione “fedele”.

Alcuni anni fa hai scritto un libro proprio sui traduttori, “Gli autori invisibili”, che il più delle volte non godono di una adeguata considerazione. Anche se, effettivamente, a una buona traduzione va riconosciuto il merito di aiutare a diffondere il testo originale e farlo apprezzare nella lingua di arrivo. Immagino che alla base delle tue tavole rotonde intorno alla traduzione ci sia anche questo aspetto, a mio avviso, fondamentale. Non è così?

Diciamo che l’invisibilità a cui il traduttore tende nel lavoro - il tentativo di non perdere nulla, di non aggiungere nulla, di non cambiare nulla, di annullarsi nello scrittore insomma - alla fine trabocca fuori dalla pagina rendendo invisibile anche il mestiere in sé, e questo purtroppo fa dimenticare il tempo e la fatica che costa, e il grande patrimonio di saperi ed esperienze necessario a svolgerlo adeguatamente. Eppure la traduzione è importante: immaginate per un attimo cosa accadrebbe se da librerie e biblioteche svanissero tutte le traduzioni, saremmo un piccolo paese abbandonato a se stesso, perderemmo persino le nostre tradizioni.

Così, molti anni fa, ho cominciato a intervistare traduttori ed è nato il libro che dicevi. Poi, nel 2001, è partito l’AutoreInvisibile al Salone del Libro di Torino: grazie a Ernesto Ferrero siamo stati i primi a organizzare incontri professionali sul tema, prima addirittura di Francoforte. E poi sono nate le Giornate della traduzione letteraria all’Università di Urbino, l’appuntamento annuale della categoria, tre giorni a fine estate insieme a tanti editori e scrittori in quella meravigliosa città.

La figura del traduttore si è quindi andata delineando negli anni, in termini di professione intendo. Tanto che adesso le università sono piene di corsi di laurea in traduzione. Ai fini di un concreto inserimento in questo settore quanto conta la teoria e la tecnica, e quanto il talento? Chi ce la fa davvero?

La teoria è importante, la tecnica pure se non di più, ma senza talento, senza una certa sensibilità per la lingua, teoria e tecnica servono a poco. Ai giovani che vogliono diventare traduttori professionisti consiglio ovviamente di leggere moltissimo in entrambe le lingue e di scrivere altrettanto in italiano, e poi di studiare a fianco di qualcuno che professionista lo è già, e da tempo. Ce la fa chi ha una grande passione e continua a coltivare il suo talento e non si arrende alle difficoltà che di questi tempi sono davvero moltissime.

Si può vivere di sola traduzione?

Si può vivere come vivono, in questa Italia, tanti altri lavoratori, specie quelli della conoscenza. Non che sia migliorata la vita agra dei traduttori, è peggiorata quella degli altri.

Pensi che il tuo modo di lavorare sia cambiato negli anni, e ancor di più nella nuova era 2.0?

La nascita della rete ha cambiato moltissimo il modo di lavorare di tutti i traduttori, offrendo la possibilità di reperire informazioni di ogni genere in un attimo. Internet per noi è come un immenso dizionario. E poi, sai che bello fare la strada da Caborca a Pitiquito, nel Sonora, su Street View, mentre traduci la fine dei Detective selvaggi di Bolaño?

Nella nuova era 2.0, secondo me, più che il modo di lavorare è cambiata la possibilità di comunicare; c’è una partecipazione attiva, una condivisione di riflessioni, esperienze, contenuti che facilita le relazioni con i colleghi e con tutte le figure della filiera del libro. Grazie ai social network, da cani sciolti sparpagliati nel mondo siamo diventati una comunità che dialoga quotidianamente.

Ti sarai trovata più volte di fronte al problema dell’intraducibilità. Come l’hai affrontato? E' capitato anche a te, come ha scritto Eco in uno dei suoi tanti saggi sulla traduzione, di doverti arrendere e dichiarare la tua sconfitta con una nota a pié di pagina? Ma è poi giusto parlare di sconfitta? In effetti ciò che rende affascinante le lingue e le culture è proprio la diversità. Credi che una nota esplicativa possa comunque arricchire il testo di arrivo o piuttosto lo indebolisce?

L’intraducibilità è insita in qualunque aspetto del testo, c’è sempre una parte che non si riesce a tradurre, un residuo, sono i limiti del linguaggio, come dicevamo, e dell’irriducibile diversità delle culture di cui ogni lingua è espressione, ma al tempo stesso c’è comunque una parte che riesce a passare, a raggiungere il lettore, e non è parte da poco. Il traduttore è abituato a elaborare questo lutto, a cercare soluzioni a questa perdita, e sceglie volta per volta quali strategie adottare. La nota, in realtà, è solo una delle possibili soluzioni. Faccio un esempio: nella Gabbianella di Sepúlveda un gatto cerca su un’enciclopedia il termine gaviota, gabbiano, e subito prima trova gavilán, sparviero, con una definizione che lo spaventa molto; è chiaro che una traduzione letterale non avrebbe retto, sparviero in italiano è addirittura sotto un’altra lettera, e allora, per evitare di inserire una nota in un libro per bambini, ho proposto allo scrittore di mettere gabbia, oggetto in cui vengono chiusi animali vivi, e la cosa ha funzionato. Almeno credo.

In generale l’atteggiamento verso le note è assai vario: gli editori non le amano e ho avuto esperienza diretta di scrittori che preferivano lasciare qualche riferimento culturale oscuro pur di non spezzare l’incantesimo della lettura, eppure ricordo che al British Centre for Literary Translation molti colleghi inglesi le consideravano un mezzo prezioso per manifestare le proprie riflessioni.

Hai tradotto tutte le opere di Sepulveda. Come sono andate le cose con il primo romanzo? Ti è stato commissionato o l’hai proposto tu alla casa editrice?

Non ho alcun merito. Il vecchio che leggeva romanzi d’amore è stato scoperto, grazie ai giornali francesi, da Luigi Brioschi della Guanda ed essendo io allora la loro traduttrice di riferimento per lo spagnolo mi è arrivato, per così dire, d’ufficio. Sono una traduttrice molto fortunata, fortunatissima. Anche se poi continuare a tradurlo coi tempi stretti concessi ai bestseller non è stata sempre una passeggiata: ricordo l’ansia di consegnare un libro prima di partorire e la revisione urgente che mi aspettava a casa una volta rientrata dall’ospedale col bambino.

Come si costruisce un rapporto di fiducia con gli autori tradotti?

Be’, innanzitutto ci sono le recensioni che qualche volta spendono un aggettivo sulla traduzione, poi ci sono i pareri informali degli amici dello scrittore che conoscono la lingua di arrivo, e infine ci sono i rapporti più o meno diretti scrittore-traduttore, le mail scambiate per chiarire eventuali dubbi e gli incontri, magari durante un giro di presentazioni in Italia. Se tutto va nella direzione giusta, può nascere un rapporto di grande fiducia.

A proposito dell’ultimo romanzo di Sepulveda. La traduzione italiana del titolo differisce notevolmente dall' originale. Hai scelto di tradurlo così per rievocare nella mente del lettore la Storia della gabbianella e del gatto Zorba?

Il titolo in una nuova lingua non viene deciso solo dal traduttore ma anche, direi soprattutto, dall’editore e dallo scrittore assieme, questo per contratto. Una traduzione letterale ovviamente non sempre funziona e allora si è costretti a cercare soluzioni più felici, che spesso vengono adottate anche in altri paesi. Nel caso del gatto Mix, per esempio, il titolo italiano è diventato anche il titolo francese.

A maggio prossimo sarai di nuovo al Salone del Libro di Torino per un nuovo incontro dell’Autore Invisibile. Ci vuoi anticipare qualcosa?

Quest’anno, oltre a riproporre i consueti appuntamenti – il laboratorio del traduttore, le lezioni magistrali, le tavole rotonde con scrittori e revisori - cercheremo di gettare lo sguardo oltre i confini del nostro mestiere, per capire i cambiamenti in corso nell’editoria e cogliere tutte le nuove opportunità di lavoro.

(La prima foto è di Daniel Mordzinski, la seconda di Gianni Quilici, la terza di Arianna Sanesi)

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