Intervista a Ilaria Vitellio di Mappina, Uncò Mag
14 ottobre 2014
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Ilaria Vitellio / Mappi-na
Non faccio più le cose che non voglio fare. Come Jep Gambardella, solo che io lo faccio a 40 anni. Intervista a Ilaria Vitellio, Mappi-na. Entra in contatto con Ilaria
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La conosce bene, Napoli, Ilaria Vitellio. Urbanista, docente alla Federico II e componente di organi scientifici nel campo della pianificazione, lavora su e per questa città da diversi anni. Alla bella e terribile ha regalato Mappi-na, una piattaforma di mapping collaborativo selezionata di recente fra i 21 progetti finalisti – ne sono pervenuti oltre 300 – di Hack The Expo, la vetrina di Wired per le idee innovative italiane in vista dell’evento milanese di maggio. Un successo meritato e coinvolgente (sono oltre 400 i «mappiNati» sul progetto napoletano, un altro è al via su Milano) che dal nome dialettale del panno da cucina (mappina appunto) passa a raccontare una città fuori dagli schemi, e interviene fisicamente sul territorio nel tentativo di definirne vecchi luoghi e nuovi utilizzi. Alla ricerca della città smart con Ilaria Vitellio.
Ilaria, come nasce Mappi-na?
Te la ricordi l’ultima crisi dei rifiuti, un anno e mezzo fa? Ecco, in quell’occasione ancor più che in altre è venuto fuori il racconto estremo di questa città. Napoli esce sempre o come la peggiore città al mondo (vedi i media), o come la più bella in assoluto (parla con i napoletani). Non c’è via di mezzo. E in quel momento, unito al fatto che tutti i progetti che negli anni avevo fatto per Napoli mi parevano un poco sprecati, di un ambiente universitario futile e poco stimolante, mi son detta «Sai che c’è? Faccio Mappi-na». E ho fatto Mappi-na.
«Una mappa alternativa di Napoli». In che senso?
Io mi interesso alla capacità di esprimersi attraverso l’uso dello spazio urbano: i napoletani, è la loro arte. Hanno un modo tutto loro di farlo, basta vedere come si siedono sui panettoni a chiacchierare (i panettoni?), sì i dissuasori del traffico. Con questo progetto volevo dir loro Accorgetevi che in questa città si fanno tante cose, Guardate meglio quegli «scarabocchi» sui muri e riconosceteli come street art, Riportate le conversazioni al bar. L’obiettivo era far raccontare Napoli ai napoletani, ha funzionato.
Poi ci sono sezioni dove a raccontare sei tu. Come quella dedicata agli immobili abbandonati.
Nel mese successivo alla messa on line di quei dati, il Comune ha ricevuto un centinaio di telefonate da persone che chiedevano informazioni su questo o quel posto. È un argomento sensibile, sul quale Mappi-na lavora anche off line. Organizziamo dei laboratori di mappatura urbana, con il duplice scopo di denunciare la vastità del patrimonio disponibile e proporne un impiego alternativo. Le nostre attività non sono occupazioni ma tentativi di riuso temporaneo dei luoghi, suggestioni di utilizzo. Sulla ridistribuzione degli immobili in disuso il Comune di Napoli ha una politica stretta, ma il patrimonio da riutilizzare è molto vasto.
Ci sono dei quartieri in particolare su cui concentrate la vostra azione?
Con il progetto europeo Use Act abbiamo sviluppato un’agenda urbana su alcune zone della città: i laboratori sono già iniziati nelle aree di Montesanto e di Porta Capuana, inizieranno nell’area del Mercato. L’idea è di delineare un nuovo racconto di questi spazi, di cambiare le immagini che vi sono legate per riflettere a nuovi utilizzi.
Mappi-na si basa su un criterio di georeferenzialità. Da dove provengono i tuoi dati, e come hai potuto utilizzarli?
È stato un lavoro enorme. Con l’uscita della legge sugli Open Data (dicembre 2012) tutte le amministrazioni sono obbligate a pubblicare on line cifre e informazioni relative alla gestione comunale. Il problema è che non tutti lo fanno correttamente, e questo determina l’errore. Al Comune di Napoli, via Toledo è ancora repertoriata come via Roma. Per la sezione degli immobili, una volta scaricati i dati che mi interessavano da Amministrazione Trasparente ho dovuto fare un lavoro massiccio di messa a punto: delle due tabelle disponibili – «Tutto il patrimonio» e «Patrimonio dato in affitto» – ne ho ricavata una, con un massacrante lavoro di ripulitura dei dati.
Credi che gli Open Data siano comunque interpretabili e sfruttabili senza intermediari ?
Credo che siano un elemento fondamentale di informazione se le amministrazioni pubblicano come devono dati attuali e verificati. Mappi-na voleva anche essere questo: sul sito alcuni immobili sono mal localizzati o con dati non aggiornati perché lo sono nel database comunale. Non è un problema di precisione, è un problema di volontà. Le amministrazioni considerano la detenzione di dati come una detenzione di potere, il loro è un modo per centralizzare le informazioni. Si potrebbero creare dei posti di lavoro per questo, assumere ragazzi di 25 anni per mettere on line i dati. I Comuni devono capire che non perdono potere, in realtà ne acquistano: cosi’ gli Open Data serviranno concretamente alla costruzione di una città intelligente.
Costi e competenza tecnica: di cos’hai avuto bisogno per montare questo progetto ?
Per la competenza, il sito l’ho fatto io che neppure sapevo cosa fosse un html (ride). Oggi ci sono programmi accessibili che permettono di lavorare autonomamente: la georeferenziazione del patrimonio immobiliare di Napoli l’ho fatta in due giorni di pioggia a giugno. È l’idea che conta, sono i contenuti. Ad ascoltare i miei amici programmatori non avrei ancora fatto niente. Quanto alla spesa, se parliamo del sito due, trecento euro ? I veri costi, sono quelli umani, la passione e l’impegno delle persone. È lì la vera scommessa.
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