Diego Fusaro
4 dicembre 2012 · Christian Besemer
Diego Fusaro è un filosofo. Insegna all'Università San Raffaele di Milano e pubblica con Bompiani. Diego ha 28 anni. L'abbiamo intervistato.
Diego Fusaro è un giovane e promettente filosofo, docente di Storia della Filosofia all'Università San Raffaele di Milano e ideatore del sito internet www.filosofico.net . E' appena uscito per la Bompiani, con cui ha anche pubblicato, tra gli altri, Bentornato Marx! (2009) ed Essere senza tempo (2010), il suo nuovo libro, Minima mercatalia, Filosofia e capitalismo (Bompiani, 512 pag., 13,90 euro)
Partiamo dal titolo che ricorda i Minima Moralia di Adorno...
Dei Minima Moralia di Adorno il mio libro recupera in parte la struttura e l’idea secondo cui il capitalismo non è solo una questione economica ma è invece una totalità di realtà materiale e simbolica che va ad occupare integralmente il mondo ed anche la nostra mente attraverso la forma merce. Ma al contrario di Adorno sostengo che l’umanità possa superare le proprie oggettivazioni storiche tramite la prassi e quindi possa superare anche il capitalismo.
In che modo il capitalismo può essere superato? Quale sarebbe l’alternativa?
Nel mio libro propongo una sorta di comunitarismo democratico e universalizzabile che si lasci alle spalle tanto le esperienze tremende delle destre storiche novecentesche quanto quelle dei comunismi storici novecenteschi. Si tratta allora di declinare l’idea di una comunità umana, composta da individui uniti da rapporti liberi, solidali ed all’insegna del riconoscimento reciproco. Il comunismo ha sbagliato, pur avendo avuto il merito di essersi opposto al capitalismo, a quello che Hegel definiva “la tragedia nell’etico”, perché non ha puntato sull’individuo comunitario ma su una totalità livellata. Bisogna invece pensare ad un comunitarismo rispettoso dell’individuo e delle differenze, in una comunità umana in cui si è liberi solo se tutti lo sono.
Cosa c'è di nuovo e cosa di classico nel tuo libro?
E’un libro rivoluzionario perché conservatore: è rivoluzionario perché è animato da uno spirito anticapitalistico: con Fichte considero il capitalismo epoca della compiuta peccaminosità, con Marx lo considero mondo capovolto, mondo alienato e con Hegel lo considero il regno animale dello spirito. Però è conservatore nella misura in cui penso che il solo modo oggi per reagire al capitalismo sia quello di partire dalla saggezza del pensiero greco che era un pensiero del metron, della misura, del giusto limite sociale, politico e filosofico rispetto a cui il capitalismo è smisuratezza, illimitatezza, produzione illimitata e illimitato consumo. E’ il mondo in cui domina quello che Hegel chiamava “il cattivo infinito”, che non conosce mai posa. Perché il capitalismo è la prima società umana della storia che pone il proprio principio nella metafisica dell’illimitatezza. Poi mi ricollego all’idealismo tedesco in cui inserisco anche Marx: Fichte, Hegel e Marx come tre grandi filosofi idealisti.
Nella tua analisi filosofica, cosa caratterizza il capitalismo e la borghesia?
In Minima mercatalia distinguo molto attentamente tra borghesia e capitalismo: una differenza fondamentale tra la mia riflessione e il marxismo tradizionale che identificava borghesia e capitalismo. Il capitalismo è un meccanismo anonimo e impersonale, la borghesia è un soggetto storico, che non necessariamente si identifica con il capitalismo. La borghesia da un lato è portata a trovarsi a suo agio nel capitalismo, perché è il modo che la vede dominante, ma è anche figlia di quell’Illuminismo che cerca un’emancipazione universale del genere umano. La borghesia ben presto si accorge, in alcuni suoi pensatori, che il capitalismo rende impossibile lo sviluppo del genere umano perché implica frammentazione dell’umanità, sfruttamento, schiavitù, imperialismo, colonialismo…la coscienza infelice della borghesia, quale la troviamo ad esempio in Marx, Hegel e Fichte, permette alla borghesia di essere anticapitalista. Oggi, e il’68 è una data decisiva, il capitalismo è ultra capitalistico e anti borghese perché la forma merce per assolutizzarsi e colonizzare ogni sfera dell’esistente e del pensiero deve neutralizzare la borghesia come coscienza oppositiva rispetto al capitalismo. La merce non conosce autorità, si impone contro tutte le autorità, contro la stessa borghesia e l’unica autorità diventa la merce stessa.
Come si colloca nel tuo scritto il tema del lavoro precario?
Io parlo di homo precarius, sostenendo che oggi il precariato non è solo una forma lavorativa tipica del capitalismo flessibile odierno ma è la metafora stessa dell’esistenza nel capitalismo in cui nulla vi è più di certo, tutto è incerto. La nostra è l’epoca delle passioni tristi: cinismo, opportunismo, disincantamento, in cui il futuro come dimensione sociale di progettazione si eclissa. Siamo in una situazione disincantata ma la via d’uscita c’è e sta in una reazione sociale a questa metafisica dell’illimitatezza.
L'ospite della settimana è Elisa Zanola.
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