Caterina Sinibaldi

22 marzo 2013 · Isabella Sacchetti

Dopo la laurea va in Inghilterra per seguire un Master, ma quando è tempo di rifare la valigia fa la sua scelta e ci rimane. Ora vive e insegna all’Università di Bath. Intervista alla teorica della traduzione Caterina Sinibaldi.

Caterina, qual è la tua storia?

Vivo in Inghilterra da circa sei anni. Sono arrivata pensando di studiare per un Master di un anno, in Translation and Creative Writing, all'Università di Warwick.

Alla fine dell'anno accademico, giunto il momento di tornare in Italia, ho capito che non era quello che volevo. Lo studio, e più in generale l'ambiente universitario qui in Inghilterra, mi avevano appassionato tantissimo; ho sentito di essere solo all'inizio di un percorso che mi si era aperto davanti. Così sono rimasta, ho proseguito con un dottorato, sempre a Warwick, nel dipartimento di Italiano, e ora insegno all'Università di Bath.

Da quanti anni ti occupi di traduzione, quindi?

E’ una domanda che mi fa riflettere… A voler ben guardare, è già dai tempi del liceo classico che mi cimento con le (odiatissime) versioni di greco e latino. All’università ho studiato Lingue e ho iniziato ad acquisire i primi rudimenti teorici di traduzione. A quei tempi, le traduzioni che facevo erano tutte mirate all’apprendimento linguistico (ho studiato inglese, francese e svedese). La svolta c’è stata quando ho partecipato alla mia prima edizione delle Giornate della Traduzione a Urbino, dove ho conosciuto la meravigliosa Ilide Carmignani. Lei mi ha presentato a sua volta a Susan Bassnett, la direttrice del Centre for Translation and Comparative Cultural Studies a Warwick, che quell’anno era ospite a Urbino. Da lì ho iniziato a interessarmi seriamente alla teoria della traduzione e a considerare di proseguire gli studi all’estero. Sono partita l’anno successivo alla laurea, dopo aver lavorato per un anno a Roma, per mettere da parte il necessario.

Quando hai deciso che saresti diventata una teorica della traduzione?

L’ho deciso durante l’anno di Master a Warwick. Prima di iniziare, ero ancora indecisa sulla strada da intraprendere. Avendo già avuto esperienze nel campo della traduzione letteraria, pensavo di continuare in quella direzione e di sfruttare i miei studi in Inghilterra per migliorare la lingua. Invece durante il Master ho scoperto una vera e propria passione per le teorie della traduzione, e in particolare per la traduzione di letteratura per l’infanzia, che è poi diventata il principale oggetto dei miei studi. L’incontro con Susan Bassnett, scrittrice, traduttrice, nonché una delle fondatrici dei ‘Translation Studies’, è stato fondamentale in questo senso, perché mi ha fatto capire come la traduzione possa essere una lente attraverso cui guardare fenomeni sociali e culturali.

In effetti nei tuoi studi ti dedichi soprattutto al rapporto tra traduzione e ideologia, in particolare ai testi per l’infanzia tradotti durante il fascismo. Perché hai scelto di dedicare la tua ricerca ai racconti per l’infanzia? Qual è la cosa più interessante che hai potuto osservare in merito all’accostamento traduzione-ideologia?

Ricordo ancora una delle prime lezioni del Master, dedicata appunto alla traduzione di letteratura per l’infanzia. Rimasi così colpita dai risvolti politici e ideologici di un genere letterario che avevo sempre considerato innocuo e in fondo “facile da tradurre” (!). Da quel giorno ho iniziato a leggere tutto ciò che trovavo sulla traduzione di letteratura per l’infanzia e a interessarmi alle traduzioni dei grandi classici, come Pinocchio, e ad altri casi meno noti, come i fumetti o le collane. Ho scoperto che le traduzioni americane di Pinocchio, e in particolare il noto cartone animato, avevano addirittura portato il nipote di Collodi a fare causa a Disney per aver “americanizzato” il burattino simbolo dell’Italia. Mi sono poi appassionata alla letteratura per l’infanzia durante il fascismo, e ho trovato in un documento d’epoca un riferimento al fatto che Alice nel Paese delle Meraviglie fosse stato dichiarato immorale e inadatto ai bambini di Mussolini. Da lì ho iniziato a studiare le traduzioni di Alice pubblicate durante il fascismo e a concentrarmi sul rapporto fra traduzione e ideologia, un rapporto particolarmente visibile nella letteratura per l’infanzia dove la componente pedagogica è fondamentale.

Un altro elemento che mi ha da subito affascinata è stato il fatto che sia la traduzione che i libri per l’infanzia siano poco studiati nei manuali di storia letteraria, quasi non contassero molto nella letteratura di una nazione. Ovviamente non è così, anzi, attraverso i libri per l’infanzia e le traduzioni si possono osservare dinamiche molto interessanti relative, per esempio, all’immagine che una nazione vuole dare di sé.

Ecco, tra i vari seminari di cui sei stata relatrice ce n’è uno in cui si è parlato proprio di traduzione e censura. Qual è il loro rapporto?

Ho tenuto questo seminario per il Master in Traduzione TuttoEuropa (Torino). È stata una bellissima esperienza, gli studenti erano curiosi e appassionati e avere vicino una grande traduttrice come Paola Mazzarelli ha contribuito a rendere la discussione finale molto stimolante. Il rapporto fra traduzione e censura è difficile da definire. Al di là dei casi più eclatanti di censura per motivazioni politiche o ideologiche, volevo far riflettere gli studenti su come qualsiasi traduzione attui una forma di ‘censura’, per il solo fatto di sostituire le parole dell’originale con forme e strutture della lingua d’arrivo. Nella maggior parte dei casi il lettore della traduzione non ha accesso al testo originale, quindi entra in contatto con un testo filtrato e mediato dal traduttore. Ci tengo a precisare che l’uso del termine censura non ha, in questo caso, un’accezione negativa. Penso che, al contrario, metta in luce la creatività del traduttore, un concetto sempre più importante negli studi sulla traduzione dove è stato coniato il termine “riscrittura” proprio per indicare come la traduzione sia un processo ri-creativo.

Cosa consigli ai giovani che condividono la tua stessa passione e che quindi vorrebbero trasformarla in lavoro?

Quella universitaria è una carriera che ti assorbe al cento per cento, e che impone un determinato stile di vita. Soprattutto per i primi anni, i ritmi di lavoro sono serrati e non si stacca mai veramente perché, anche una volta tornati a casa la sera, il cervello continua a girare senza sosta. C’è sempre tanto da scrivere, sia per la tesi di dottorato che per articoli o conferenze; poi c’è l’insegnamento, un’attività di certo gratificante ma che assorbe molte energie; e infine, ci sono da preparare domande di lavoro, di finanziamento, o anche solo di partecipazione alle conferenze. Insomma, si legge, si scrive, si lavora e si insegna molto, quindi bisogna essere davvero appassionati di tutte queste cose. L’università anglosassone è un ambiente estremamente competitivo, quindi è importante credere in se stessi, imparando anche ad incassare le sconfitte. Non ho consigli veri e propri, se non, banalmente, quello di invitare i giovani (me compresa) a perseverare, se questo è ciò che dà loro piacere e stimoli intellettuali, senza farsi scoraggiare dalle difficoltà e dalla competizione sempre più globale.

Nel tuo caso qual è stato il fattore che ha inciso maggiormente nella realizzazione della tua carriera?

Sicuramente la sensazione di libertà intellettuale che ho da subito provato nell’ accademia anglosassone, e in particolare nel dipartimento di Italiano a Warwick. Sono circondata da colleghi che studiano i fenomeni storici, culturali o letterari più disparati e che riescono a mostrare come qualsiasi argomento, anche quello apparentemente più oscuro o poco importante, se studiato nel modo giusto, possa risultare interessante e aggiungere dei tasselli alla nostra conoscenza del mondo.

C’è stato un momento in cui ti sei abbattuta o hai pensato di non riuscire a realizzarti? Come lo hai affrontato?

Si, certamente. Mi è capitato di non ottenere qualcosa in cui avevo investito molte energie, e l’unico modo per superare la delusione è rimettersi subito in pista e ricordarsi del perché si è scelto di fare quello che si sta facendo. Un’altra difficoltà è, a volte, quella di essere lontana dall’Italia. All’inizio non mi pesava affatto, ma da qualche anno a questa parte mi sono resa conto di quanto tempo ho passato all’estero… è strano, vengo colta da improvvise nostalgie. A volte le supero prendendo un aereo e passando un fine settimana nella mia Roma!

Sei felice lì a Bath? Pensi di restarci?

Bath è una città meravigliosa, sempre piena di turisti eppure con molti luoghi segreti che ho imparato a scoprire nelle mie passeggiate. È anche un posto ideale per chi, come me, ama camminare, perché è circondata da una campagna bellissima. Me ne sono completamente innamorata. Al tempo stesso, in questo momento della mia vita non sono legata a un paese in particolare, quindi mi sposterò in base a dove mi porterà il lavoro. Sono però molto felice in Inghilterra e spero di restarci per un po’, perché, a parte la famiglia in Italia, i miei affetti più cari ora sono qui.

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