Andrea De Paoli / Terra Crea

18 luglio 2013 · Amira Fulvia Turazzi

Riceve un tornio-giocattolo da bambino e 30 anni dopo trasforma la sua passione in lavoro. Intervista ad Andrea De Paoli

Andrea, com'è nata la tua passione per le ceramiche?

Avevo voglia di fare qualcosa di diverso, sentivo bisogno di indipendenza e di creare qualcosa di mio. Con un investimento minimo mi sono preso un piccolo forno, i materiali e poi mi sono fatto degli utensili di legno.

Mi piaceva l'idea di un materiale naturale, di partire dalle cose più semplici, di metodi antichi per creare forme nuove. Manipolare materiali semplici, poveri: argilla, legno, vetro e metalli.

I primi pezzi erano delle colombine, delle ciotoline, cotte in un bidone con della segatura, alla maniera degli etruschi, un po' primitiva. La ceramiche si cuociono, però poi sono delicate, si rompono subito.

Poi ho preso il forno e e ho iniziato copiando l'arte precolombiana, gli inca, i maya, perché mi piacevano le loro forme antropomorfe. Osservavo, imitavo e poi, lentamente ho iniziato a formare il mio stile. Inizi da qualcosa perché ancora non sai bene come fare, poi pian pianino sviluppi la tua verità artistica.

La mia si ispira alla natura, guardi un albero e provi a ricrearlo, non potrai mai riprodurlo, nei suoi dettagli, nelle sue imperfezioni, ma puoi catturare qualche elemento, ammorbidirlo e semplificarlo.

Poi, ripensandoci, mio zio mi aveva regalato un tornio giocattolo da bambino, forse è stato un imprinting.

E l'idea di trasformare l'hobby in un lavoro?

Ero stampatore in una cartotecnica, ma avevo un grande desiderio di indipendenza, di libertà, ma anche di creatività. Lo considero un dovere verso me stesso. E così, a 37 anni, dopo 3 anni di mercatini in giro per l'Italia, ho deciso di dedicarmi a tempo tempo alla ceramica. Dal periodo della cartotecnica mi porto dietro la conoscenza dei colori, la capacità di mescolarli.

Poi in un viaggio con Cristina, abbiamo visitato un negozio di ceramiche vicino a Stonehenge, che aveva annesso un laboratorio in cui potevi colorare le tue creazioni. Ci è piaciuta l'idea del laboratorio, uno spazio per sperimentare, condividere.

Così è nata TerraCrea, crea in dialetto veronese significa argilla, dove diamo una nuova forma alla terra. Osservo la natura, la copio, la semplifico, ne ammorbidisco le forme. E non smetto mai di sperimentare.

Qual'è il ruolo del laboratorio?

Il laboratorio è la parte più dinamica, abbiamo corsi di ceramica raku, tornio, modellato, ma anche di scrittura, di consapevolezza femminile. Tutto confluisce nella creazione di nuove tecniche, nuove forme, nuovi materiali. Ad un cliente viene un'idea e proviamo insieme a svilupparla, vedere come realizzarla. È un processo partecipativo.

In questo percorso, o per lo meno all'inizio, hai avuto qualche mentore?

Più che una mentore, ho incontrato una persona che mi ha dato un imprinting. Linette, una ceramista americana, mi ha insegnato il piacere di lavorare. Da lei ho imparato la dimensione del gioco, lavorare in maniera leggera, sperimentando sempre, senza fossilizzarsi in forme o metodi.

Poi, ripensandoci, mio zio mi aveva regalato un tornio giocattolo da bambino, ho iniziato allora, poi me ne sono dimenticato perché dovevo fare altre esperienze, ed ora eccomi qui.

Come vi fate pubblicità?

In nessun modo.

O meglio, con l'onestà, che esprimiamo in due elementi: il prezzo e la qualità.

Il prezzo è coerente col lavoro che c'è dietro ogni pezzo, la qualità significa che le cose non si rompono appena le tocchi, ci mettiamo amore e passione nel farle e le realizziamo in modo che durino.

Poi abbiamo un sito web e la pagina facebook, ma la nostra miglior pubblicità è il passaparola.

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